Arte
Fauna d'arte •
Victor Fotso Nyie e la poesia dell'argilla
"È un materiale naturale e arcaico, frutto di un lungo processo di sedimentazione, apparentemente povero, ma ricco di memoria". Il legame con la terra e la forte relazione con gli antenati e con la natura. Intervista
4 APR 26

Nome e cognome: Victor Fotso Nyie
Luogo e anno di nascita: Douala (Camerun), 1990
Galleria di riferimento: P420, Bologna
Contatti social: @fotsonyie
Com’è organizzata la tua giornata?
Premesso che ho una casa-studio in aperta campagna, in genere le mie giornate sono abbastanza
versatili e trascorrono nella tranquillità di questo loco ameno. Insieme alla mia famiglia possiedo vari animali che curo quotidianamente. Salvo impegni esterni o appuntamenti per questioni di lavoro, passo il tempo rispondendo alle e-mail, leggendo fatti di cronaca e di attualità e ascoltando interviste o conferenze di personaggi di mio interesse. Inoltre, coltivo da qualche anno una passione per il fai da te e il giardinaggio.
Non posso dire di avere una routine perfettamente scandita, tant’è che a volte mi capita di lavorare a intermittenza durante la giornata o di non iniziare prima di sera. Nel silenzio e nella quiete della notte mi rendo conto di trovare maggior concentrazione e ispirazione e quando entro nel mio studio la mia prima azione è guardarmi attorno. Controllo lo stato di essiccamento dei pezzi già iniziati e “spacchetto” quelli appena abbozzati, per guardarli con occhi nuovi e riposati: queste azioni mi stimolano a fissare degli obiettivi, complici anche le suggestioni che ho ricevuto nell’arco della giornata.
Che cos’è per te lo studio d’artista?
Lo studio d’artista è un luogo in cui avviene il processo creativo, uno spazio di sperimentazione e di concretizzazione delle idee, è un luogo in cui l’artista si mette a nudo dinanzi ai propri segreti, alle proprie paure, contraddizioni, insicurezze e follie. Si tratta di un ambiente intimo e carico di energie, abitudini e frustrazioni, che accoglie e custodisce il mondo dell’artista e attraverso il quale egli si proietta nel mondo esterno. Il mio studio è in continua trasformazione perché, lavorando la ceramica, lo spazio cambia costantemente e viene riorganizzato in funzione alla fase di lavorazione delle opere. Per esempio, il gesso non va d’accordo con l’argilla che, a sua volta, non va tanto d’accordo con lo smalto. Poi c’è l’oro che è allergico alla polvere...insomma, ogni materiale ha le sue esigenze e lo spazio si riorganizza di conseguenza.
Perché scegli di usare l’argilla come materiale principale per la realizzazione delle tue opere?
Ho conosciuto la ceramica in Camerun. Penso che il fatto di aver cominciato a lavorarla lì abbia avuto un impatto notevole nell’adottarla più tardi come materiale prediletto. All’inizio è stato un incontro casuale. Nel 2007 mi recai all’Istituto di Formazione Artistica di Mbalmayo (IFA) per effettuare un test di ammissione. Ero accompagnato da mio padre e, visitando i locali dell’istituto, ci imbucammo in una stanza dove si lavorava la ceramica. Eravamo incantati dalla bellezza dei manufatti. Ad un certo punto mio padre chiese ai presenti come facevano ad ottenere il “vuoto” all’interno del vaso. Tutti si misero a ridere, uno di loro prese un pezzo di argilla e ci fece una dimostrazione al tornio. Il torniante in quel momento era in perfetta sintonia con la materia e sembrava fondersi con essa in un unico corpo.
Uscito da lì, qualcosa si era acceso in me e quel qualcosa mi spinse a scegliere qualche giorno dopo la ceramica come indirizzo di studio a discapito della pittura, che era la mia scelta iniziale. L’indisponibilità della materia prima già pronta, ossia i panetti di argilla, mi spinse sin da subito a recarmi al fiume Nyong per estrarre l’argilla, setacciarla per togliere materiale grossolano e impurità e renderla plasmabile. Questo lungo processo di lavorazione della materia mi ha svelato la sua poesia, che poi si è insinuata naturalmente nella poetica del mio lavoro. L’argilla è un materiale naturale e arcaico, frutto di un lungo processo di sedimentazione, apparentemente povero, ma ricco di memoria. Mi piace pensare all’argilla come a una testimonianza del passato, come a un’eredità di forze ancestrali che la rende viva. È in qualche modo una metafora della resilienza, in quanto contiene in sé al contempo fragilità e resistenza. Il fatto che la sua lavorazione implichi l’intervento di tutti e quattro gli elementi della natura (terra, acqua, aria, fuoco), richiede una particolare sensibilità e attenzione.
In che modo hai iniziato a fare l’artista?
Da adolescente frequentavo lo studio di mio padre, che è un pittore autodidatta. È lì che ho imparato le basi del disegno e della ritrattistica. Durante le vacanze estive, mia madre portava me e i miei fratelli al villaggio a lavorare la terra e a trascorrere del tempo nella natura. In quelle occasioni avevamo modo di assistere a cerimonie rituali, dove si esibivano maschere e capi di rilevanza simbolica. Da queste esibizioni nascerà il mio interesse per le forme scultoree e le maschere.
Già al liceo ero conosciuto per la mia abilità a rappresentare a mezzo di matita i dirigenti, gli insegnati e i miei compagni di classe. Nonostante frequentassi il liceo scientifico, non mi sentivo realizzato, non riuscivo a proiettarmi nel futuro. Capii che la mia strada era altrove e così nel 2007 mi trasferii a Mbalmayo, nella regione del Camerun centrale, per studiare all’IFA (Istituto di Formazione Artistica), dove ebbi modo di conoscere l’arte nelle sue varie declinazioni. Il corso di storia dell’arte, in particolare lo studio del Rinascimento italiano, accentuò il mio interesse per la figura umana e per la scultura figurativa. Le mie lezioni erano completate dalla frequentazione di vari studi d’artista dove avevo modo di interagire con noti pittori e scultori.
La mia camera da letto si trasformò ben presto in un luogo di sperimentazione e di accumulo di oggetti. Passavo notti intere a dipingere, disegnare e modellare e in quei momenti mi sentivo vivo, libero, felice. Mi resi progressivamente conto di quanto tutto ciò stesse diventando importante per me, quasi parte di me, e cominciai a prendermi sul serio proiettandomi nel futuro come professionista in questo settore e non solo come amatore.
Quali sono i tuoi riferimenti visivi e teorici?
I miei riferimenti teorici sono: José do Nascimento, Felwine Saar, Souleymane Bachir Diagne, Aimè Césaire, Françoise Vergès, Nioussèrê K. Omotunde, Michel Leiris, Seloua Luste Boulbina, Bernard Stiegler, Umberto Galimberti. Ho una grande ammirazione per i lavori di: Willie Cole, Kendell Geers, Nick Cave, Seni Awa Camara, Kudzanai Chiurai, James Kokobi, Yinka Shonibare, Kader Attia, Anna Maria Maiolino, Hervé Youmbi.
Quali aspetti della cultura africana ti interessa di più portare al pubblico attraverso la tua pratica artistica?
Sarebbe pretenzioso parlare di una “cultura africana” in termini di unicità, poiché è proprio nella diversità culturale che risiedono la bellezza e la ricchezza del continente. Nonostante ciò, si può notare che in vari paesi dell’Africa vi sono similitudini culturali ormai sedimentate dovute a molteplici fattori di natura non solo geografica, ma anche storica e socioculturale. Trovo molto interessante la cosmogonia: il legame con la terra, l’organizzazione sociale e i valori che essa contiene, i sistemi di pensiero e di trasmissione transgenerazionali, la forte relazione con gli antenati e con la natura. Con le mie opere cerco di affezionare il pubblico al tema della riappropriazione culturale, che implica il rimpatrio del patrimonio culturale africano disperso nel mondo e che in qualche modo costituisce un tassello chiave per l’emancipazione del continente.
Che tipo di rapporto hai con la spiritualità e come diventa parte della tua arte?
La mia spiritualità è in evoluzione, trattandosi di un percorso individuale di elevazione e di rapporto col divino. Nonostante io abbia frequentato da piccolo la chiesa cattolica e conseguito i vari sacramenti per volere di mia madre, sono molto vicino alla tradizione animista dei Bamileké del Camerun occidentale, secondo la quale l’uomo è figlio della natura e il suo rapporto con il divino passa attraverso il rispetto di essa e il culto degli antenati, dove il dialogo con i defunti è costante e non necessariamente soggetto ad una verticalità. L’antenato, in questo modo, diventa il tramite tra noi e il divino.
Il tema della spiritualità si inserisce automaticamente nel mio lavoro attraverso l’uso che faccio delle statuette Fang, Songye, Mumuye, Metoko, Ngbandi ecc. come simboli di un patrimonio culturale ormai frammentario e disperso, ma ricco di un’importante valenza spirituale e sociale, che investe ogni altro aspetto dell’attività umana in un muto confronto tra visibile e invisibile. Allo stesso modo, l’uso dell’oro nel mio lavoro allude alla luce divina.
Qual è la funzione dell’arte oggi?
L’arte è un’esperienza condivisa che nasce e si esibisce in un contesto spaziale e temporale ben definito, per poi trascendere da esso. È molto soggettiva, nel senso che in quanto “esperienza” richiede l’uso dei sensi e risuona in noi in maniera diversa in base a una moltitudine di fattori, sia endogeni che esogeni. Questo carattere soggettivo e polisemico impedisce di attribuire all’arte una funzione oggettiva, perché escluderebbe eventuali ipotetici campi di azione. Tuttavia, l’arte ci offre la possibilità di allenare occhi nuovi, di confrontarci sulle questioni del nostro tempo e di immaginare scenari alternativi. Essa rappresenta per me un modo di stare al mondo, incontrare persone e dialogare.
A che cosa stai lavorando?
Sto lavorando a un’opera site-specific, una proposta di realizzazione di una scultura monumentale in bronzo destinata all’aperto. Si tratta della mia prima prova in bronzo e sono molto elettrizzato. Purtroppo, al momento non posso dire di più al riguardo.
Le opere
Figlia mia, verrò a te in un momento in cui meno ti aspetti, in un luogo che la tua mente avrà immaginato e ti racconterò le storie dai tempi dei tuoi padri perché ti possano illuminare, affinché tu possa trovare il tuo posto nella continuità del loro operato e affermarti dignitosamente in questo mondo.
Madre! Se dovessi descriverti, realizzerei questa scultura. Nell’abbondanza del tuo amore sono nato, nella luminosità del tuo sorriso sono cresciuto, nell’intensità dei tuoi occhi sono sprofondato per tante notti, cullato dai sussurri della tua voce. Come la primavera scandita dai mille colori, nel risveglio fiorito ti presenti a me. Come un seme mi hai accudito. Appena germogliato non hai fatto in tempo ad insinuare le mie radici nel giardino dei tuoi padri che te ne sei andata. Se dovessi descriverti, realizzerei questa opera. Oggi sei più viva che mai.
Io e te siamo uno, nella mia sorgente attingerai tutte le volte che sarà necessario. Ti presenterai a me senza pudore ne vergogna. Ti ho visto nascere come i tuoi padri e i loro padri prima ancora. Al ritmo delle mie correnti ti immergerai, tutte le volte che ti sentirai sporco. Se il mondo di sfiancherà, ricordati che da me potrai trovare l’energia necessaria per proseguire. Se ti sentirai smarrito chiudi gli occhi e lasciarti trasportare dalle mie sonorità. Sei una delle migliaia di gocce che mi compongono. Io e te siamo uno.
“Non si può dissociare il problema dell’arte africana dalla questione dell’uomo africano…” – Aimé Césaire
Osservare il futuro attraverso le lenti del passato.
Come un’imbarcazione nel bel mezzo dell’oceano, nelle acque torbide mi affido a te. Che tu sia la mia bussola, in tutta tranquillità e serenità mi affido a te. Tu che già hai solcato queste onde per una destinazione che non avevi desiderato. Oggi tanti dei tuoi figli la desiderano ma ignorano le peripezie del viaggio e l’animosità che li attende al loro arrivo. Tu che nel susseguirsi delle lune piene hai visto migliaia di navi prima della mia, mostrami la via.
Tu interpreti i miei pensieri e le mie emozioni. Non assecondarmi, sbaglieresti. Aiutami a stare al mondo, ad accogliere ciò che di buono esso ha da offrire. Aiutami ad esprimermi e a far comprendere ciò che provo.
Ormai vecchio e stanco, osservi amareggiato la trasformazione della tua vita. Dov’è finita la tua ipnotica potenza? Ormai sei impotente, non sei più il guardiano della tradizione, non rappresenti più un punto di riferimento in questa società degradata che sfugge al tuo controllo. Non puoi riconoscerti, nessuno ormai ti riconosce.
Donna, madre, dormi tranquilla e sorridente, i tuoi capelli raccolti nel nodo di una vita breve ma intensa.
Ognuno di noi ha un universo interiore in cui si ritrova a viaggiare, scoprendo una realtà fatta di solitudine, tristezza, rimpianti…ognuno di noi si sforza di nascondere questo lato di sé, spera di lasciarlo nell’ombra e di renderlo invisibile, ma nel buio risplende comunque una luce che illumina il dramma e lo svela al mondo.











