Andare in scena in ogni istante con Diego Gualandris

"Il mio lavoro è la conseguenza naturale di una digestione di immagini riflesse ed esperienze. Quindi qualsiasi riferimento si possa riconoscere è legittimo". Intervista
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18 APR 26
Immagine di Andare in scena in ogni istante con Diego Gualandris
Nome e cognome: Diego Gualandris
Luogo e anno di nascita: Albino, 1993
Gallerie di riferimento e contatti social: Ada, Rome. @diegogualandrix

Descrivi la tua pittura con un aggettivo.
Viva.
Qual è la funzione dell’arte oggi?
Silvano il mago di Milano, che sventolando un fazzoletto all’aria chiede al pubblico: “Cosa sto facendo? Niente, ma lo sto facendo molto bene”.

In che modo hai iniziato a fare l’artista?
Giocando coi miei fratelli, mia sorella, le mie cugine, i miei amici di infanzia.

Com’è organizzata la tua giornata?
In questo momento sto andando in studio, è mattina e sono sul treno che dalla stazione di Roma Tuscolana porta a Nomentana, ho un maglione verde, pantaloni che ho comprato a Bruxelles qualche anno fa simili alla divisa da idraulico di Super Mario e un gilet con varie tasche. Nel mio zaino ci sono il computer e il libro tibetano dei morti. Sto scrivendo dal mio telefono. E non so cosa farò oggi in studio, né tantomeno stasera.
A che cosa stai lavorando?
Tra pochi giorni inizierò un grande dipinto murale alla stazione di San Pietro, a Roma, una commissione vinta tramite un bando della Galleria Nazionale e Techbau, all’interno del nuovo progetto di Mario Cucinella. Una grande nebulosa occuperà l’intera parete di contenimento dei binari, 1450 metri quadri su cui gli elementi si mescoleranno in un'unica entità o paesaggio. Queste forme non avranno soggetti, né simboli, tutto il suo significato risiederà nella mente di chi lo guarda e nella volontà di riconoscerci qualcosa di familiare o inaspettato.

Quali sono i tuoi riferimenti visivi e teorici?
Non ci sono riferimenti specifici che so dire con precisione. Credo che tutto parta dalle fiabe raccontate, lette, scritte. Il mio lavoro è la conseguenza naturale di una digestione di immagini riflesse ed esperienze. Quindi qualsiasi riferimento si possa riconoscere è legittimo. Caco ciò che mangio e i tempi della digestione sono imprevedibili.

L’onirico è un punto di partenza o un effetto collaterale?
L’onirico è il teatro, che in ogni istante va in scena come modus vivendi. Non si limita al sogno ma a ogni scelta, cosciente o meno.

Che cos’è per te lo studio d’artista?
Ho uno studio a Roma e uno ad Albino, due stanze comunicanti. E sul mio telefono appunto spesso idee o vado avanti a dipingere le foto fatte ai quadri in lavorazione mentre sono in viaggio o in bagno.
Ma lo studio è soprattutto uno spazio meditativo, che non sempre necessita di pareti o stanze.
Che ruolo ha la musica nel tuo lavoro e come si lega alla pittura?
Nella mostra inaugurata di recente da Ada, Floralia, ho voluto inserire una sorta di colonna sonora che ho registrato ad Albino. Si tratta di due tracce che improvvisate con tastiera e pianoforte e sax, suonato da mia mamma. Molti dei titoli dei miei lavori sono frasi rubate da canzoni o brani, come Oggi si ride, tratto dalle madrigali si Monteverdi, e altri lavori meno recenti che hanno titoli presi da brani di Trovajoli, Ortolani e altri compositori. La musica che ascolto, così come tutto ciò che entra all’interno dello spazio di lavoro, produce innesti con le opere a cui sto lavorando.
La musica è una presenza che sta entrando sempre più nella mia pratica, non so quali altre forme prenderà, sono curioso di scoprirlo.

Le opere

L’Ortler è un formaggio di monte stagionato senza lattosio, dal sapore denso e delicato. E soprattutto è la prima parola a cui mi ha fatto pensare questo dipinto su tavola, che fa parte della mia ultima mostra Floralia, da ADA, Roma. È l’ultimo lavoro della serie. L’ho iniziato con l’intento di realizzare il quadro più stupido e felice che potessi fare in quel momento e alla fine mi è sembrato tutt’altro che stupido.
Ortler, 2026, olio su tavola, 24 × 33 cm, ph. Roberto Apa, courtesy ADA, Rome
Ortler, 2026, olio su tavola, 24 × 33 cm, ph. Roberto Apa, courtesy ADA, Rome
Mia mamma, al telefono, descrivendomi la torta di compleanno che mia sorella aveva preparato, ha composto involontariamente una filastrocca che è diventata il titolo di quest’opera.
Fuori mimosa / Dentro rosa / A forma di cuore / Per trenta persone, 2026, olio su tela, 180 × 100 cm, . Roberto Apa, courtesy ADA, Rome
Fuori mimosa / Dentro rosa / A forma di cuore / Per trenta persone, 2026, olio su tela, 180 × 100 cm, . Roberto Apa, courtesy ADA, Rome
Una mappa del mondo decentrata rispetto a come la vediamo solitamente dall’Europa, senza confini, senza precisione fotografica e senza necessità di farsi leggere come una mappa.
3. Roma non esiste, 2026, olio su tela, 100 × 150 cm, . Roberto Apa, courtesy ADA, Rome
3. Roma non esiste, 2026, olio su tela, 100 × 150 cm, . Roberto Apa, courtesy ADA, Rome
Parte di una serie in corso che svela l’adolescenza del sole molto prima che fosse responsabile della vita di questo pianeta. La serie è dipinta su tavole di piccolo formato, simili a santini o tavolette votive.
Il Sole da Giovane XIII (Young Sun), 2025, olio su tavola, 21 × 38 × 2,5 cm, courtesy ADA, Rome
Il Sole da Giovane XIII (Young Sun), 2025, olio su tavola, 21 × 38 × 2,5 cm, courtesy ADA, Rome
Un giocattolo, più che una scultura. Quando è stata esposta al Macro la gente poteva utilizzarla sedendovisi sopra, girando per la sala del museo grazie alle rotelle nascoste sotto le frange dell’imbottitura. Ed era libera di utilizzare, toccare e rubare i gadget messi qua e là, tra cui il casco che con lenti a diffrazione, che crea una distorsione luminosa quasi caleidoscopica. Un breve racconto la accompagnava: 
Una sera re Ugo sbottò con re Pietro dicendogli: “Non ti permettere di trattarmi con sufficienza. Lo sanno tutti che non ti sei mai laureato”. Re Pietro, che era molto permaloso, lo colpì in pieno volto con una padella unta e rovente, colma fino all’orlo di scaloppine al limone.
Il giorno seguente, Paola - la figlia più piccola di Pietro - corse in cantina, mentre di sopra le urla e gli
insulti ancora scuotevano la capanna del re come una tempesta. Con un fischio, Paola richiamò
trenta pony che arrivarono da tutte le parti, trasportando ciascuno enormi carichi d’oro, diamanti e
banconote. Nascose tutte le ricchezze nella poltrona volante del re e accese i motori.
Sentendo uno strano rumore, la gente uscì per osservare. “È sparito tutto il mio oro!” gridò una
voce, “E anche tutti i miei diamanti” aggiunse un’altra, “E le mie banconote!” sbraitò la regina. Tutti
rimasero ammutoliti. Nel cielo si poteva vedere chiaramente la piccola Paola che si allontanava per
sempre dal pianeta in sella alla sua poltrona volante. “Addio stronzi!”.
Paola, 2023, 140 × 110 × 132 cm, poltrona con rotelle, vernice, plastica, alluminio, colla, argilla sintetica, visore a diffrazione, dispositivi elettronici, MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, courtesy ADA, Rome
Paola, 2023, 140 × 110 × 132 cm, poltrona con rotelle, vernice, plastica, alluminio, colla, argilla sintetica, visore a diffrazione, dispositivi elettronici, MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, courtesy ADA, Rome
Nella versione dei Grimm se non ricordo male ci sono due lupi e il primo lo uccide cappuccetto rosso con l’ingegno, mettendo sul fuoco del caminetto una pentola bollente in cui era stata cotta della carne. Il lupo, sentendo l’odore, si arrampicò sul tetto, cadde e morì bollito vivo.
In questo dipinto, che ritrae mia sorella e mia nonna, cappuccetto rosso si salva da sola da un enorme lupo, servendosi di una spina dorsale appartenuta a una preda del lupo ormai divorata, quindi apre dall’interno uno squarcio, così che lei, la nonna, e molti altri animali intrappolati in quel gigantesco stomaco, potranno finalmente uscire.
Cappuccetto Rosso (Little Red Riding Hood), 2021, olio su tela, 350 × 200 cm, courtesy ADA, Rome&nbsp;<div data-empty="true"><br></div>
Cappuccetto Rosso (Little Red Riding Hood), 2021, olio su tela, 350 × 200 cm, courtesy ADA, Rome&nbsp;<div data-empty="true"><br></div>
Questo dipinto nasce da una fiaba che ho pubblicato nel 2018 con Altalena e si trova all’interno di una raccolta che ho intitolato Fiabette. Venne esposto all’interno di Traffic festival, nelle Marche, curato da Matteo Binci e collocato all’interno del bellissimo teatro di San Lorenzo in campo. La fiaba si intitola appunto Zebracane Mangiatutti, ed è la seguente:
Nessuno era più temuto di Zebracane Mangiatutti nel paese di Roccasbrocca. Era violento, molesto e ubriacone, ma soprattutto infinitamente brutto quasi quanto una renna anfibia del sud Dakota. La sua specialità era quella di fare apparizioni moralmente imbarazzanti durante le celebrazioni più sacre e sentite. Per citarne una: la sfilata estiva dei mantelli di paglia e milze di cane in cui, vestito da prete, annegò un piccolo cocker nell’acqua santa. Per citarne un’altra: la mensile celebrazione della bellezza della monumentale statua del fusillo, collocata al centro della piazza municipale, detta “piadre mentruy” in dialetto locale, dove venne sorpreso ad arrampicarsi (interamente cosparso di pesto alla genovese) sulla suddetta statua. Il (mai sazio di dare fastidio ai compaesani) buon Zebracane ebbe, come ultima trovata, quella di intrufolarsi (perché di un effettivo intrufolamento si trattò) nella locale compagnia teatrale dialettale amatoriale, più conosciuta con l’acronimo LCTDA. Ma per pigrizia, o se si vuole, per comodità, si è preferito aggiungere qualche vocale tra una consonante e l’altra rendendo la spigolosa LCTDA una squisita LoCoTuDA.
Ogni anno veniva presentata la stessa recita dialettale: “De Fryopo Miragulax”, ovvero: “Il Frutteto Miracolato”. A Zebracane venne affidata la parte del maiale cannibale Sello, anche se inizialmente il regista Destromatto l’aveva promessa a Rettoionico, il curato, il quale, minacciato successivamente da Zebracane, la cedette a lui senza fare storie, anzi, benedicendolo. Zebracane provava e riprovava la sua parte sotto il ponte di San.Deseretiunizzertoiloveramno (casa sua) e dopo solo due giorni sapeva tutto il copione a memoria. Durante le prove, non fu il suo odore sgarbato e la sua bruttezza nefasta a spiccare nella scena, ma la sua inattesa bravura. Zebracane era un grande attore, c’era poco da dire e più di un componente della LoCoTuDA lo invidiava profondamente. La sera della prima, tutti gli attori compirono l’usuale rito del fagiano annaspante. Consisteva nel legare due piccioni attorno a un fagiano travestito da fava, buttare il fagotto di pennuti nel fiume Ruselno e cantare la canzone popolare “Ressina Zasilla” finchè non fosse sparito alla vista di tutti i presenti. Questa tradizione si diceva essere propiziatoria. Una volta conclusa la cerimonia la compagnia andò nei camerini.
Nel frattempo si formava già una coda di persone davanti al malconcio cancello del teatro San.Fretekollodopiox.
Zebracane era nel suo personale camerino e si stava mettendo il meraviglioso costume da maiale cannibale fatto a mano da qualche povera donna. Era teso, ma sapeva che sarebbe stato un successo, il suo trionfo umano e artistico di fronte agli stessi abitanti davanti ai quali si era reso più volte ridicolo, osceno e pericoloso era finalmente vicino. Mentre saliva gli scalini che l’avrebbero portato direttamente sul palco vide però qualcosa di anomalo. Il fagiano vestito da fava con tanto di piccioni legati si trovava appeso a testa in giù al soffitto ed era vivo. Gran brutto presagio. Zebracane (che era
molto superstizioso) preferì darsi alla fuga che sfidare la sorte. Lo videro correre sotto la pioggia vestito da maiale cannibale e buttarsi nel fiume in piena. Tutti pensavano fosse morto, a un tratto riemerse trasformato in un maiale cannibale in carne ed ossa e (dato che ormai lo spettacolo era saltato e non avrebbe più potuto dimostrare il suo valore sul palcoscenico) decise di mangiarsi tutti i suoi compaesani e una volta sazio pronunciò la sua prima parola da maiale cannibale. “Buoni”.
Zebracane Mangiatutti, 2021, olio su tela, 300 × 400 cm, courtesy ADA, Rome
Zebracane Mangiatutti, 2021, olio su tela, 300 × 400 cm, courtesy ADA, Rome
Velhos Amigos, vecchi amici, in portoghese, nasce per errore da una macchia di caffè solubile caduta sulla tela. Diventando poi un arena in cui combattono i due scorpioni. Quest’opera ha un significato personale molto importante per me, è una storia di amicizia e di trasformazione, in cui è soprattutto coinvolto il mio amico e curatore Matteo Binci.
Velhos Amigos, 2020, oil on canvas, 240x200cm, Pittura italiana oggi, Triennale, Milano, courtesy ADA, Rome
Velhos Amigos, 2020, oil on canvas, 240x200cm, Pittura italiana oggi, Triennale, Milano, courtesy ADA, Rome
Un rotolo di tela utilizzato per necessità come materasso, per un momento di erotismo. Su cui ho successivamente evidenziato i segni di un atto che si è trasformato in un disegno e infine nell’opera, che in occasione della quadriennale del 2020 è stata presentata come trittico.
Edera (trittico) II &amp; III, 2020, veduta dell’installazione a FUORI, Quadriennale d’arte 2020, Roma, olio su tela, 950 × 200 cm, courtesy ADA, Rome
Edera (trittico) II &amp; III, 2020, veduta dell’installazione a FUORI, Quadriennale d’arte 2020, Roma, olio su tela, 950 × 200 cm, courtesy ADA, Rome
Alcuni lavori che ho fatto li potrei tranquillamente rifare tali e quali. Questo sarebbe impossibile.
Giacimento di glucosio, 2019, olio su tela, 205 × 135 cm, courtesy ADA, Rome
Giacimento di glucosio, 2019, olio su tela, 205 × 135 cm, courtesy ADA, Rome