Tra i pini e Pinuccia. L’odio sordo della Montanari per i poveri alberi

Roma ha un giardiniere ogni mille arbusti. E se non si schiantano da soli in testa a qualcuno, l’assessora li fa segare

Tra i pini e Pinuccia. L’odio sordo della Montanari per i poveri alberi

L'orto nel parco della Garbatella, a Roma (foto LaPresse)

Due cose sapevamo fare a Roma, le strade e i parchi. Ci dev’essere qualcosa dunque di psicanalitico nello sfacelo attuale. Scampati alle buche (diecimila), a fermare i gloriosi tassinari romani non è Uber ma un maestoso pino, quello che ha centrato in pieno la Kia lunedì nell’ex maestoso quartiere Prati: la tassinara donna, le due autotrasportate turiste, tutti salvi (naturalmente “per miracolo”). L’assessore all’ambiente, che per ironia vegetale si chiama Pinuccia, Pinuccia Montanari, ha detto naturalmente che è tutta colpa delle giunte precedenti, perché da dieci anni non si fa manutenzione nei parchi romani. Lo stesso giorno, pini caduti sulla linea ferroviaria Roma-Viterbo. Quasi mai ci scappa il morto, e un po’ ci si è abituati, e sollevati, all’albero che crolla. Come sopravvivere alla buca-cratere. Però esserci abituati al pino-assassino, e al sollievo se non ci si rimane sotto, pare un po’ un sintomo di cosa siamo diventati. Non si pretende d’essere gli Stati Uniti che tutelano i loro parchi più quasi dei cittadini; però anche a Roma era diverso, un tempo.

 

Insieme alle strade coi nomi di signorina che inteneriscono (Claudia-Clementina-Annia Faustina), la disgraziata capitale è sempre stata celebre per i suoi parchi, anzi le sue ville: ognuno ha la sua preferita (Ada, Pamphilj, e tante altre). Vago orgoglio d’essere il comune più verde d’Europa.

  

Stupisce dunque soprattutto l’accanimento, verso questo verde. Non è solo desertificazione – i parchi anzi le ville sono spelacchiati, rinsecchiti; è proprio l’odio sordo e rancoroso verso l’arbusto. Alberi tagliati come monconi; potature sadiche da infermieri morbosi; sradicamenti sospetti e tendenziosi. Casi eccellenti, anche di luoghi con genius loci arborei: la quercia di piazza della Quercia estirpata l’anno scorso come un’erbaccia, causa di morte ufficiale un fungo, ma secondo la nostra paladina Nathalie Naim invece provocata da incuria e relativo soffocamento cementificato di radici. In assenza di autopsia vegetale, poco prima era stata uccisa o si era suicidata anche un’altra pianta eponima, quella dell’Alberone (est della città), cascata in testa a una ragazzina, illesa (cambiare toponomastica, adesso?). Il punteruolo rosso africano col suo jus soli materiale ha fatto il resto sulle palme.

 

Mentre si sradicano alberi vecchi, si costruisce badando di evitare la minima particella verde. Quando si fa una piazza nuova, vedi San Silvestro, si fa attenzione che non vi sia cresca neanche un geranio (perché il laterizio e il cemento e la pietra si arroventino come un barbecue).

 

Eppure non è sempre stato così: secondo la fondamentale guida “Roma selvatica” di Antonio Canu (Laterza) ci sono in città 120 specie d’albero. I pini maestosi non sono al top: nonostante tanta pubblicistica, e i “Pini di Roma” di Respighi (pini di villa Borghese-Pini della via Appia-pini del Gianicolo), più diffusa è la robinia, con 18.000 esemplari, poi il platano con 17.000, il pino è solo terzo (16.000). Nel quartiere Prati alberga soprattutto invece l’albero di Giuda, informa il prezioso saggio (così chiamato non per l’apostolo traditore bensì per la diffusione in Giudea).

 

Che poi Roma è stata sempre celebre anche per il Servizio Giardini; fondato da Napoleone ai primi dell’Ottocento, quando si pose il problema di aprire dei parchi a chi fosse sprovvisto di villa di famiglia. Il Servizio giardini, con la sua augusta sede di piazza Metronia, zona di vivai e di viavai romano (casa d’Alberto Sordi, inizio Appia Antica, studio Mediaset Palatino, quello di Non è la Rai), sembra scorrere parallelo al destino della città, e alla sua decadenza. Il Servizio, aristocrazia comunale, negli anni ottanta aveva duemilacinquecento giardinieri, poi scesi a millecinquecento, a mille. Oggi sono 374 e si devono occupare di 330 mila alberi, dunque ognuno bada in media a mille arbusti. Forse la strage di pini e altri alberi serve anche a riequilibrare il rapporto. Forse le parole del Poeta (“come i pini di Roma/ la vita non li spezza”), sono ormai da rivedere.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    29 Ottobre 2017 - 15:03

    Mille tra alberi e arbusti per ogni operaio sono niente, specialmente in zone collinare e servite da strade carrozzabili. Oggi esistono motoseghe, troncarami, piattaforme aeree e ogni genere di utensile semiautomatico. Se non li hanno, glieli stampi Grillo con la stampante 3D.

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