Sullo stadio della Roma “un compromesso da sòla”, ci dice Antonio Pennacchi

Lo scrittore attacca l’antisviluppismo della giunta Raggi

Sullo stadio della Roma “un compromesso da sòla”, ci dice Antonio Pennacchi

Roma. “Questa giunta è una jattura totale! Già ci hanno fatto saltare le Olimpiadi, che erano un’occasione di rilancio produttivo dell’intero Lazio. E adesso questo compromesso sullo stadio, dove la toppa è peggio del buco! I cinque stelle si sono rivelati per quello che sono: dei sòla totali! Mai avrei pensato di dover dare ragione a Marino”. Scrittore e tifoso, Antonio Pennacchi ha spesso messo il tifo per la Roma nei suoi libri. Imprevedibilmente, forse quello in cui ce n’è di più di tutti è il fantascientifico “Storia di Karel”, ambientata in un lontano futuro in cui l’uomo ha popolato la Galassia, tra gli abitanti di una Colonia ai confini estremi del colonizzabile che langue nell’isolamento e nell’abbandono, che alla fine si ribellano contro il politically correct, ma che tifano pure per una “Magica Vega giallorossa” che è una versione futuribile della Roma. In più, è anche un attento studioso di urbanistica, come dimostra ad esempio il suo “Viaggio per le città del duce”. Tifoso, fautore dello sviluppo e urbanista si arrabbiano dunque assieme. “Ha ragione Marino! Quella che alla fine hanno licenziato e approvato è la soluzione peggiore che potevano approvare”.

 

Secondo Pennacchi, infatti, quello uscito dal compromesso “non è altro che il primo progetto che era stato presentato. Marino disse di no perché mancava la contestualizzazione, e impose di farci assieme un po’ di infrastrutture. C’erano quelle di collegamento alla città: il braccio della metro B e l’altro ponte sul Tevere. C’era tutta una zona verde di parco, che sarebbe stata un’oasi più grande di Villa Borghese. E c’erano le torri di una Archistar come Daniel Libeskind, che servivano a Pallotta per ripagare le infrastrutture. Ma appunto Libeskind era uno che aveva già lavorato in Italia, e che se ne era poi andato dicendo che il nostro è un paese bellissimo, ma dove fare architettura è impossibile. Appunto. Senza torri, le infrastrutture non potranno essere pagate, quindi non si faranno. Il progetto che resta, quello sì che inciderà pesantemente sulla vita del quartiere. Invece di decongestionare si congestionerà ancora di più, costruendo un ghetto di Tor di Valle”. Non sono solo gli stadi, d’altronde. “Lei pensi che sono vent’anni che non si riesce a fare il raddoppio della Pontina, perché ogni volta qualcuno dice no, qua ci viene la folaga monaca, o che altro”.

 

Secondo Pennacchi, nel caso dello stadio all’antisviluppismo si è poi aggiunto “il dispregio in cui i circoli intellettuali hanno sempre tenuto il calcio. Lo vedono solo come fattore di speculazione. Ora, è chiaro che chi investe dei soldi poi voglia avere anche dei ritorni. Ma al contempo il calcio è anche un fortissimo fattore di integrazione social: uno dei pochi fattori che ancora ci sono rimasti. Ha un’importanza simile a quella che ha religione, c’è poco da fare. E’ l’uomo massa che vive un nuovo livello di socializzazione con gli altri”. Dunque… “E va be’, mica possiamo fare un’insurrezione armata contro la Raggi. I romani l’hanno voluta: se la tenessero…”. 

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    05 Marzo 2017 - 09:09

    Pennacchi come Cassandra. E difatti il cavallo di Troia è arrivato in Campidoglio.

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