L'anarchia sociale del caos sociale

Quando il filosofo Renato Cristin parla del futuro purtroppo non gli credo. Però su qualcosa ha ragione

L'anarchia sociale del caos sociale

Illustrazione di Giorgio Mantoan via Flickr

Quando il filosofo Renato Cristin (“I padroni del caos”, Liberilibri) parla del futuro purtroppo non gli credo. Io non sono speranzoso come lui che vede per le nazioni europee “possibilità di recupero dell'identità contro l'espropriazione generale in atto”. Invece mi convince quando definisce il presente: “Un’anarchia sociale diffusa congiunta a una dittatorialità ideologica soffusa: il caos attuale”. Sebbene insegni a Trieste sembra che parli di Parma, ma forse ormai in ogni città italiana esiste un “alto livello di controllo istituzionale e tecnocratico con cui viene codificata e quindi monitorata l'intera gradazione esistenziale di tutti i cittadini” in associazione “a un altrettanto elevato grado di caoticità, che ha pervaso tutti gli spazi pubblici”. Gli alloctoni vivono al di fuori della legge, allo stato di natura, mentre a distanza di pochi metri gli autoctoni, sulle cui proprietà il potere statale e comunale può rivalersi, sono schiacciati da normative hobbesiane riguardanti i rifiuti, il cibo, le ricevute, le fatture, le bollette, le ricette, il riscaldamento, l’uso della macchina, i parcheggi... Se caos dev’essere, che il diritto al caos venga esteso a tutti.

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