Che cosa resta del bluff grillino a dieci anni dal primo V-Day

Parlano gli ex parlamentari del Movimento: “Poche idee ma confuse. Sono come tutti gli altri, anzi peggio”

Che cosa resta del M5s a dieci anni dal primo V-Day

Foto LaPresse

Roma. Il M5s? Un partito come tutti gli altri. Anzi peggio, dicono alcuni ex parlamentari del Movimento a dieci anni dal V-Day di Bologna. “Il M5s ha cambiato radicalmente e lentamente connotati giorno dopo giorno. Ogni giorno ha negato un pezzo di quanto fatto in precedenza, in virtù di nuove necessità (propedeutiche a chi, poi, ce lo dirà la storia)”, dice al Foglio Mara Mucci, deputata di Civici e Innovatori. “Il M5s nasceva per dare voce alle attese della società civile, tant’è che all’inizio era espressione delle liste civiche. Tutto questo a livello locale non c’è più e i Cinque Stelle fanno una gran fatica a trovare i candidati. Sono ormai un partito chiuso e diffidente, dove non cresce la competenza, che allontana la parte migliore della società. Lo si vede nei posti in cui governano”. Il M5s si era presentato come forza di cambiamento, dice Mucci, “poi però ha adottato tecniche comunicative utilizzate anche da altri e che servono solo ad acchiappare voti”.

 

Molti sono i testacoda ideologici. Di Maio a Cernobbio “ha rinnegato il passato sull’Unione europea e sull’euro, mitigando la parte più dura del movimento, perché quella platea ne aveva la necessità”. A Roma la Raggi “si è candidata dicendo di volere la legalità senza però voler fare gli sgomberi, due cose che non possono andare di pari passo. Ci sono tanti argomenti sui quali i Cinque stelle dicono tutto e il contrario di tutto. Come sull’innovazione. Non è innovazione ostacolare Uber difendendo sacche di potere”. Insomma, “il M5s è una grande delusione. Resta poco del movimento di dieci anni fa. Anche per quanto riguarda l’uno vale uno. Non è la base a decidere ma i vertici secondo logiche amicali”. Il merito, poi, non c’è. “Non hanno fatto crescere una classe politica, fanno fatica a trovare nomi per i candidati premier. Di Maio non è apprezzato dai vertici come candidato, perché non ha esperienza di vita. Ha fatto solo politica, o lo steward. E’ quindi un politico di professione”. Di tutto ciò però nel M5s non si parla. “I miei colleghi deputati non dicono nulla, perché il M5s è diventato un centro di collocamento e aspettano tutti il secondo mandato. Per questo rimangono silenti. All’interno non c’è libertà di partecipazione. Il Movimento insomma resta un grande sogno al quale io non credo più. In tanti ancora però ci credono perché il M5s usa molte tecniche per acchiappare il consenso di chi ha poca capacità di analisi”.

   

La senatrice Serenella Fucksia, oggi nel Gruppo Federazione della Libertà, dice però che non c’è molta differenza fra ieri e oggi. “Tutti a dissertare sulla differenza dei discorsi di Di Maio a Cernobbio rispetto a quelli gridati nelle piazze in questi anni. Non sono d’accordo! Cambia la vaghezza dei titoli, ma la nullità dei contenuti resta identica. Ieri: ‘Non siamo un partito, non siamo una casta…’, oggi: ‘Non siamo populisti, non siamo estremisti, non siamo anti-europeisti…’. In sintesi: un discorso fotocopia di una pagina bianca. D’altra parte fotocopiare un foglio bianco è una garanzia: il risultato è certo e soprattutto non si sbaglia. Il vero ispiratore del M5S non è né Gianroberto Casaleggio, né Grillo, ma Montale. ‘Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe… Non domandarci la formula che mondi possa aprirti… Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo’”.

   

Walter Rizzetto, deputato di Fratelli d’Italia, pensa che tra i fuoriusciti, volontariamente o espulsi, ce ne siano diversi “che in cuor loro mantengono i principi fondanti del Movimento di dieci o cinque anni fa”. Ma il cambiamento, dice al Foglio, “è inevitabile se il M5s vuol diventare un partito di governo. Da fuori si nota un cambio di atteggiamento, che negli ultimi due anni ha avuto un’accelerazione importante. I cambiamenti non sono avvenuti nel giro di qualche giorno o settimana, ma a piccoli passi, e hanno portato ad avvenimenti curiosi. La presenza di Di Maio a Cernobbio pochi giorni fa è un pelo differente e ha un po’ più di peso rispetto a quella della senatrice Lezzi. Non è più dunque un M5s arrembante, battagliero, contro questa Europa, contro l’establishment e contro il Bilderberg italiano, cioè Cernobbio”. In questi anni il M5s ha aperto alla possibilità di rivedere i due mandati elettivi, così come ha aperto ai talk-show. “Io invece mi ricordo quando Grillo diceva che la tv è una merda”, dice Rizzetto. “Mi ricordo quando commentai su La7 i risultati delle regionali in Emilia Romagna e Calabria, e sul Sacro blog uscì un post in cui si diceva che non rappresentavo le posizioni del M5s. Ora invece se accendiamo la tv non facciamo altro che trovare nei talk rappresentati del partito di Grillo che giustamente si confrontano con altri”.

 

Sono cambiate molte cose, dice Rizzetto, ed è giusto così. Perché alcune cose che il M5s ha cominciato a fare – come parlare con altri mondi – alcuni parlamentari come lui già lo facevano, per esempio sul loro territorio, già anni fa. “Non è cambiato solo il M5s, ma anche l’elettorato, che assomiglia più ai seguaci di una religione che non di un partito politico. Io in Friuli ero abituato, e come me altri colleghi, ad applicare il ragionamento, il contraddittorio, la critica costruttiva. Anche perché dove finisce la conoscenza e non c’è discussione inizia la religione”. A distanza di anni, comunque, “mi pare che il M5s abbia ancora poche idee confuse su lavoro e immigrazione. A Cernobbio, Di Maio avrebbe dovuto dire che tra gli emendamenti presentati dal M5s al Jobs Act ce n’era uno per far dotare i dipendenti di un’azienda per controllare che cosa stesse facendo il padrone. Non l’ha detto naturalmente, perché in certi casi ci si mette la giacca buona e la cravatta buona e si dice altro. Attenzione però: io non penso che questo cambiamento sia una cosa cattiva. Rivendico però un fatto: c’era già chi lo diceva da tempo, spendendosi sui territori e prendendosi gli insulti dentro il gruppo parlamentare. Oggi dunque i Cinque stelle non dovrebbero nascondersi dietro a un paravento dicendo di essere sempre gli stessi. Dovrebbero avere il coraggio di dire agli elettori che sono cambiati, ma non lo faranno”.

 

Dice Lorenzo Battista, senatore di Mdp, che ormai i Cinque stelle “si sono adeguati ai brutti vizi degli altri partiti. La meritocrazia doveva essere uno dei punti principali, insieme alle competenze. Eppure basta vedere l’uso che fanno dei soldi, che servono solo per la comunicazione, o le baggianate che dicono dopo cinque anni di attività parlamentare, Di Maio compreso”. Da fuori, dice Battista, “vedo una grande lotta sulle poltrone e la corsa ad accarezzare la pancia dell’elettorato senza però dare risposte ai problemi principali del paese. Dai partiti hanno preso il peggio, la selezione è dinastica e non c’è più niente della democrazia dal basso”. Il M5s potrebbe occuparsi di alcune cose importanti e invece non lo fa. “Come la regolamentazione della vita dei partiti, la modifica dei regolamenti parlamentari e la regolamentazione delle lobby. Però loro non ne parlano”. Preferiscono occuparsi “di reddito di cittadinanza o di vitalizi, due cose che non risollevano il paese. Serve un piano di sviluppo, servono investimenti”. Casomai si limitano a dire una cosa “e farne un’altra”. Roma è un caso emblematico. “Io se fossi un cittadino romano sarei incazzato. Ma magari se si ripresentano vincono di nuovo, chissà, gli italiani hanno bisogno di tempo per capire. Ma dopo un anno non s’è visto nulla. Se Roma è l’antipasto prima di vederli al governo…”. Insomma, tanti auguri. “E tutti stanno muti, perché se i parlamentari dicono qualcosa rischiano la ricandidatura, vengono cacciati o mobbizzati. Quindi uno si deve adeguare”. Come ha fatto lo stesso M5s.

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