Il referendum sull'Atac piace agli aristochic ma la classe dirigente fa melina

La raccolta-firme per l'iniziativa dei radicali raccoglie i consensi dell'élite e della classe dirigente capitolina

Marianna Rizzini

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Il referendum sull'Atac piace agli aristochic ma la classe dirigente fa melina

Roma. Paradosso romano: dici “autobus” e la gente alza gli occhi al cielo (causa scioperi, sovraffollamento, lentezza). E dici “autobus” e c’è sempre qualcuno che cita un episodio di piccolo, medio o grande orrore urbano: vetture senza aria condizionata, vetture su cui non si riesce a salire, vetture talmente ritardatarie da rendere impossibile l’uso del mezzo in presenza di appuntamenti in cui ritardare sarebbe grave, vetture talmente piene da far pensare che, oggi, il famoso consiglio di Cesare Zavattini ai giovani sceneggiatori (“prendete l’autobus”) non potrebbe neppure essere pensato. Però poi, per cambiare qualcosa nella situazione-autobus, non è detto che si trovi grande sponda presso la classe dirigente (politica, culturale e imprenditoriale) cittadina. E così succede che il referendum “Mobilitiamo Roma”, indetto da Radicali italiani in primavera al grido di “spezzare il monopolio Atac” e mandare a gara il trasporto pubblico della Capitale in un quadro misto, in cui il pubblico (il Comune) sia “garante”, susciti interesse trasversale presso ambienti non omogenei (“negli ultimi giorni abbiamo raccolto firme da Tor Bella Monaca a Piazza Navona”, dice il segretario di Radicali italiani Riccardo Magi) ma non altrettanto trasversale impegno presso i partiti d’opposizione, che sull’Atac potrebbero mettere sotto torchio la giunta Raggi.

 

E capita così che, in una sera di luglio, in Piazza Navona, la raccolta-firme abbia come teatro una location insolita (il cortile del Vignola, gestito, in collaborazione privato-pubblico, come lo stadio di Domiziano, dai Tamburella, famiglia di imprenditori), e che nel cortile, sgranocchiando grissini e bevendo vino bianco, si ritrovino davanti al banchetto radicale nomi della Roma aristo-chic (che più che andare in autobus va in bicicletta), più qualche scrittore, giornalista e imprenditore. Tutti convocati dal giornalista Alessandro Geraldini. E dunque, dopo essere stati in periferia, al capolinea delle linee della metropolitana, e dopo aver raccolto 3.000 firme in pochi giorni (la raccolta è a metà, ne servono circa quindicimila entro fine mese, dice Magi), i Radicali hanno visto arrivare in Piazza Navona, tra gli altri, Andrea di Robilant, Barbara Parodi Delfino, Moroello Diaz della Vittoria, Gelasio Gaetani d’Aragona, Benedetta Brachetti Peretti, Muzio ed Elisabetta Sforza Cesarini e Olimpia Pallavicino, più il costruttore Gabriele Salini. Intanto, però, presso i partiti nemici di Virginia Raggi in Campidoglio, il referendum non ha molti alleati ufficiali, fatta eccezione per la lista Marchini (fuori dal Campidoglio, a sinistra, appoggiano l’iniziativa la presidente del I Municipio Sabina Alfonsi e il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini).

 

E dunque Magi, che tempo fa aveva lanciato un appello a economisti e imprenditori (“libertà e concorrenza sono anche affare vostro”, appello firmato, tra gli altri, da Francesco Giavazzi, Pietro Ichino, Umberto Croppi e Linda Lanzillotta), rinnova oggi la chiamata alla classe dirigente (“molti non vogliono esporsi ufficialmente”, dice, “ti spiegano tra le righe che esporsi significa mettersi contro la burocrazia capitolina”). Un mese fa Magi, invitando il segretario Pd Matteo Renzi a “battere un colpo” sul referendum, aveva parlato di rivoluzioni liberali mancate (“Crediamo che sia necessario creare un fronte pro-concorrenza…”, scriveva), ma anche di “valore strategico” dell’iniziativa referendaria, specie in tema di “superamento del monopolio Atac”.

 

E Renzi, nella sua rassegna OreNove, aveva parlato del tema come di un argomento di interesse nazionale (dal Pd locale, però, per ora si parla soltanto di un “referendum tra gli iscritti” per “sancire la linea” sul referendum indetto dai Radicali – sembra un gioco di parole, non lo è).

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