Non si vota a giugno, Renzi non ha l'ideona e Raggi fa mezzo stadio

Promosso Andrea Orlando che corre per la segreteria del Pd; promosso Emmanuel Macron per come sta andando in Francia; bocciato Michele Emiliano per le soffiate al Fatto; bocciata Virginia Raggi per la questione stadio. Il Pagellone alla settimana politica

Non si vota a giugno, Renzi non ha l'ideona e Raggi fa mezzo stadio

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Prima certezza: le primarie del Pd si terranno domenica 30 aprile, eventuale ballottaggio il 7 maggio. Alla stessa data è convocata anche l’assemblea nazionale per ratificare l’elezione avvenuta nei gazebo o provvedere in proprio. La seconda certezza discende dalla prima: non si voterà a giugno, non ci sono i tempi. Se mai ci ha pensato nello smarrimento da schianto frontale, Renzi sembra aver messo da parte i legittimi propositi di rivincita. Non si sa se convinto da Mattarella, dai suoi o dalla situazione generale.

Dopo i tira e molla, i tenetemi sennò faccio un massacro del Michele Emiliano dello scorso fine settimana, la novità è la candidatura a segretario di Andrea Orlando (voto 8), politico all’apparenza dimesso di cui si dice invece che abbia cultura coraggio e determinazione, anche se in questi anni da ministro della Giustizia non ne ha fatto grande uso. Ha ricevuto l’appoggio di Napolitano, Violante, Damiano e di quel volpone dell’ex tesoriere della ditta, Sposetti (voto 7 in solido). Persino D’Alema, l’ineffabile, ha fatto sapere che Orlando porta le stesse responsabilità politiche di Renzi ma con lui sì, si può parlare: il giudizio a caldo conferma che lo scontro nel Pd ha poco o nulla di politico, è solo umano, terribilmente umano.

Il 7 maggio è anche il giorno in cui si saprà se Marine Le Pen sarà o no il prossimo presidente de la République. Stride che mentre in Francia, paese con istituzioni stabili, una vita pubblica ben regolata in cui le date delle elezioni si conoscono con largo anticipo, si gioca una partita da cui uscirà un solo vincitore, il temutissimo “uomo solo al comando”, decisiva per le sorti dell’Europa intera, l’Italia si avviterà in una partita laterale, un preambolo mediocre a qualcosa che non si sa quando accadrà né con quali regole. Tramontato il voto a giugno, diversivo abilmente agitato come una minaccia nucleare, resta la scelta tra l’autunno o la primavera prossima, scadenza naturale della legislatura. La differenza è di poco conto, non voler votare subito dopo l’approvazione di una legge finanziaria che si prevede lacrime e sangue non regge, gli elettori non puniscono il gabello come non premiano la mancia.

Rassegnamoci: non si metteranno mai d’accordo su una legge elettorale coerente e di facile comprensione, dalle urne non uscirà alcuna maggioranza di governo, sarà definita dal parlamento ex post: sussiegosi soloni del secolo scorso vedono in questo un progresso sostanziale e un segno di vitalità della democrazia.

 

INVECE A SINISTRA...

Su un punto almeno non temiamo paragoni con la Francia né con nessun altro: la quantità di sinistre che produciamo. L’eredità imbarazzante di Hollande ha costretto il suo ex ministro dell’Economia, il riformista Emmanuel Macron, a staccarsi e a marciare verso il centro, cioè in senso inverso a Bersani e compagnia. Per contraccolpo i socialisti si sono buttati a sinistra e hanno scelto come loro candidato alle presidenziali, Benoit Hamon, cinquantenne fino ad oggi semisconosciuto che nel suo programma propone reddito di cittadinanza e la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore. Ha l’aria della bufala semipopulista che però acquista credibilità in tempi in cui c’è sempre meno lavoro e meno qualificato, è il senso di marcia dell’innovazione che è sempre labour saving.

Siccome c’è sempre qualcuno a sinistra della sinistra, per arrivare al ballottaggio oltre che con le destre e il centro, Hamon dovrà vedersela anche con Jean-Luc Mélenchon che però è uno. In Italia invece i Mélenchon diversamente sfumati son già mille e tre. Cinque, Michele Emiliano, Nicola Fratoianni, Anna Falcone, Pippo Civati e Maurizio Landini si sono incontrati qualche giorno fa nella sede della Cgil per dibattere su possibili ricomposizioni attorno ai referendum sui voucher e alle primarie del Pd: il che significa mandare truppe cammellate ai gazebo dem per votare Emiliano e Orlando, chiunque ma non l’odiato Renzi.

Per cavalcare l’aria del tempo, Emiliano ha fatto sapere che una volta eletto segretario del Pd, ripristinerà l’articolo 18, cancellerà il Jobs Act e la Buona scuola, introdurrà un cosiddetto reddito di dignità. Ma finora stava davvero nel Pd?

Al gruppo su citato, andrebbe aggiunta l’appena costituita brigata dei democratici progressisti di Speranza e Bersani, a cui però auguriamo sentitamente migliore rilevanza politica del loro pendant esatto, i conservatori riformisti di Fitto. E ancora Rifondazione comunista, il Partito comunista italiano di Rizzo, il campo progressista di Pisapia. In questa orgia di democrazia progresso e solidarietà viva “le città ribelli” del sindaco di Napoli Gigi De Magistris che ha avuto almeno il merito di aver battezzato il proprio radicalismo con un nome evocativo e affascinante e tutto sommato in linea con la storia patria (voto 9, al nome).

 

COLPI SOTTO LA CINTURA

Come ai tempi sinistri di Mani pulite quando dettero la caccia a Craxi, giornali politica e magistrati si rimettono insieme per il colpo del decennio: azzoppare un  figlio ingombrante e bulimico di potere inchiodando alla colonna infame il padre un po’ pasticcione .

Appena la candidatura di Orlando ha oscurato la sua, Emiliano da ex magistrato si è improvvisamente ricordato che anni addietro Luca Lotti, attuale ministro dello Sport, gli aveva raccomandavano Carlo Russo, imprenditore indagato per gli appalti delle forniture alla pubblica amministrazione gestite dalla Consip nonché amico del padre di Renzi.

Il pugliese più indeciso a tutto che si sia mai visto è stato rapido come una folgore a mostrare gli sms ai fini investigatori del Fatto di Travaglio. Conforterebbero l’ipotesi di reato di traffico d’influenza che però senza passaggi di mano di soldi altro sarebbe l’italianissimo “presenta un amico a Sky”. I pm evidentemente tutti allievi di Davigo, versione togata di Fracchia la belva umana, sono convinti che un pezzo di carta  con su scritto “mandare 30 000 a T” è pistola fumante.

Passano gli anni ma il circuito mediatico giudiziario italiano resta il più fastidioso e il più molesto del mondo.

 

IL DIAVOLO VERTICALE

Gliela ha fatta: la sindaca ha fatto una cosa. Lo stadio della Roma, anzi mezzo: il progetto iniziale è stato ridotto della metà della cubatura e amputato delle tre torri. Contenta lei, contenta l’A.S. Roma, contento il costruttore Parnasi. Contenti tutti, forse anche Camillo Langone (voto 9). Io no, io amo il cemento, il vetro e l’acciaio, amo i grattacieli e credo che Chicago sia la città più bella del mondo, avrei tanto voluto le tre torri di Libeskind e un pugno allo sky-line di Roma, fra i più piatti al mondo. Teniamoci dunque la periferia a misura di immobili bassi immersi nel verde. Sarà il nostro sballo del sabato sera.  

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