Che musica suona DJ Trump alla Casa Bianca

Il nuovo presidente ha convinto milioni di americani a suon di retorica di sinistra. In Francia, Macron potrebbe rottamare la Quinta Repubblica. Promossi, e non potrebbe essere altrimenti, i soccorritori del terremoto. Il Pagellone di Lanfranco Pace alla settimana politica

Che musica suona DJ Trump alla Casa Bianca

Sta andando a comandare il nuovo DJ Trump, non sappiamo che musica suonerà, improvviserà. Ha faccia ingrugnata e geni tedeschi, non sorride, non ha sex appeal, è arrogante eppure ha convinto milioni di americani a mandarlo alla Casa Bianca. E’ contestato ab origine, cosa mai capitata né a Nixon né a Reagan (ai rompicoglioni di professione e alle donne che marciano senza obiettivi solo per dire io c’ero, voto 2). Testate e siti americani già scommettono su un imminente impeachment. Forse ci metterà nelle peste tutti quanti, ma anche i detrattori hanno bisogno della scossa che metta fine allo stallo, che si inneschi il movimento primigenio che obblighi gli altri a muoversi a loro volta, la Nato che è davvero obsoleta (voto 3) e l’Unione europea che non è obsoleta ma peggio ancora, sta in un casino gigantesco, abbandonata a se stessa dall’alleato sarebbe quanto meno costretta a pensare a un nucleo di difesa comune e a una maggiore integrazione politica.

“Rifare l’America grande” è uno slogan che ricorda Reagan: il quale era figlio del suo tempo e riprese a suo conto alcuni obiettivi “alti” della sinistra radicale europea e americana. L’immigrazione come risorsa per la società che accoglie e ampliamento delle conoscenze quindi arricchimento della personalità del migrante. L’ampliamento della democrazia e dei diritti individuali, la riduzione dello stato al minimo e la creazione di condizioni per cui il lavoro alienato potesse più agevolmente trasformarsi in libera attività creativa: solo da un garage dove due geniacci davano corpo ai loro fantasmi  per cento ore la settimana poteva nascere la Terza onda, la Mela morsicata, la globalizzazione, insomma il mondo nuovo.

Anche Trump riprende implicitamente cose della sinistra radicale di oggi solo che questa ha grana altra da quella di ieri: infatti vuole la fine della Nato e delle basi americane all’estero come da storico strillonaggio di tutte le Castelline del Manifesto, che venga rivitalizzato il settore manifatturiero e le fabbriche come auspica Maurizio Landini, che si receda dalla globalizzazione introducendo dazi e sostituendo accordi bilaterali ad hoc ai trattati multilaterali come predica Matteo Salvini.

Ci saranno probabilmente manifestazioni anti Trump anche in Italia eppure a una parte dei manifestanti farebbe comodo che riuscisse la sua impresa a tratti dissennata. Il suo operato sarà un problema per le forze di sistema ma non influirà sul risultato delle prossime elezioni in Europa: Le Pen, Grillo e Salvini se vogliono il potere dovranno cavarsela da soli.

L’unico che gode davvero dell’arrivo del nuovo disc jokey alla Casa Bianca lo fa per ragioni culturali e teoriche, perché anche lui non ama la globalizzazione, il predominio della finanza sull’economia e il mercatismo: si chiama Giulio Tremonti, il solo politico italiano invitato alla cerimonia di Washington (voto 9). 

 

MACRON, HOMO NOVUS

 

Emmanuel Macron, ex ministro dell’Economia di Valls e Hollande, fondatore del movimento “En marche”, è oggi il politico più popolare di Francia: non si è mai presentato a nessuna elezione ma con un exploit potrebbe anche arrivare al secondo turno della presidenziale. Ha charme, cultura, è follemente innamorato della sua professoressa di liceo di molti anni più grande di lui, insieme formano la coppia più fedele e forse per questo glamour della capitale che comincia ad attrarre anche pezzi di partito socialista, vedi Ségolène Royal e Jean-Marc Ayraut, convinti dell’ineluttabile sconfitta di una sinistra divisa come nel secolo scorso fra riformisti e massimalisti. 

Per il vento di innovazione e rottura che porta con sé, molti lo paragonano a Renzi ma il fiorentino è nato e cresciuto e ha fatto il suo apprendistato nel partito che poi ha conquistato giocando le sue carte nel rapporto diretto con gli elettori. A occhio Macron ricorda di più Carlo Calenda (voto 10): viene dalla finanza, è stato banchiere d’affari alla Rothschild da dove Hollande l’ha preso per farne il ministro riformista e pragmatico dell’economia.

Rappresenta élite che di questi tempi non vanno per la maggiore: scuole d’eccellenza, Ena, banca, finanza. 

Ma ha un atout non trascurabile dalla sua: non ha alle spalle nessun partito, è portato da un movimento. 

Per ora è terzo, per accedere al secondo turno dovrebbe arrivare davanti François Fillon, candidato della destra repubblicana, o Marine Le Pen, entrambi stabilmente in testa ai sondaggi.  L’elettorato francese è ancora poco mobile però da Fillon a Macron uno spostamento è possibile nei due sensi ed è su questo tipo di elettori che può essere costruita la barriera efficace contro Le Pen.

Una vittoria di Macron scriverebbe la fine del sistema dei partiti della Quinta repubblica.

 

NEVICA, NEVICAVA, NEVICO’

 

Sono nato nel martoriato Abruzzo nel mese di dicembre e anche in quel giorno c’erano due metri di neve. Un buco di culo di paese dimenticato da dio ma non dagli uomini che ancora abitavano in tutte le frazioni. Mio padre scarpinava da una collina all’altra per assistere puerpere, vecchi, sciancati, eseguire interventi d’urgenza, sulla scrivania del suo ambulatorio esibiva con orgoglio la fotografia del Vate dedicata al Medico d’Italia. Si era subito dopo la guerra, non c’era luce elettrica né acqua corrente, solo candele e conche di rame da riempire alla fonte.

I maschi spalavano e aprivano varchi, le donne tenevano acceso il fuoco, le zie, le nonne aiutavano a partorire. Si nasceva e si moriva in casa. Non si chiamavano soccorsi, protezioni civili, non si sognavano mezzi meccanici, non c’erano richieste di riconoscimento di calamità naturale, nulla di nulla: ci si rimboccava le maniche e si aspettava. 

Il primo aiuto in caso di sciagura erano i vicini, gli altri,  i paesi che nel frattempo si sono svuotati. Dovremmo ringraziare anzitutto coloro che provano ancora a cavarsela da soli nell’ambito della loro comunità, il sindaco che affitta una turbina o uno spazza neve, l’imprenditore che se lo costruisce da solo, i cittadini che danno di gomito e spalano. 

Poi dovremmo ringraziare tutti i civili e i militari che si stanno spaccando la schiena e le mani in condizioni di estremo disagio e compiono imprese al limite dell’impossibile: la lista dei corpi impegnati è lunghissima, i reporter televisivi si dannano per non incorrere in dimenticanze e cercano di citarli tutti ma ci vorrebbero minuti. In presenza di un così grande numero di soggetti, il coordinamento è tutto: se la responsabilità non è di uno e di uno solo, sorgono intoppi. Se ne sono accorti il presidente del consiglio Gentiloni e il ministro dell’interno Minniti (voto 9 a entrambi) che hanno mandato sul posto il sottosegretario Filippo Bubbico (voto sospeso in attesa di vederlo all’opera).

Nella linea di comando della Protezione civile è evidente un passo indietro rispetto alla macchina messa in piedi a suo tempo da Guido Bertolaso, vanitoso e ambizioso quanto si vuole, uno che stava sulle palle a molti ma un fuoriclasse assoluto dell’organizzazione (voto 10) a cui troppo frettolosamente è stato dato il benservito dal governo Monti (per questo voto 5). 

 

ANCHE ALFANO E SALA...

 

Il leader di Ncd nonché attuale ministro degli Esteri in viaggio ufficiale in Tunisia è andato ad Hammamet a deporre fiori sulla tomba di Bettino Craxi e ha detto che è tempo di ristabilire la verità sulla sua figura. Beppe Sala si è detto favorevole ad intitolare al leader socialista scomparso una strada di Milano. Ovviamente non succederà nulla, siamo pur sempre nelle paludi italiane, ma il coraggio va comunque premiato: voto 8.

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