Questo pezzo d’Italia che naviga

Tecnologia e stile made in Italy: è il segreto del successo delle navi della Marina Militare Italiana nei Mari Orientali (e non solo). E preoccupa gli altri partecipanti a questo Grande Gioco. 

Questo pezzo d’Italia che naviga

Sulla spiaggia di Cenang dell’isola di Langkawi, al largo della costa nord-ovest della Malaysia, all’imbocco dello stretto di Malacca, il tramonto è uno spettacolo. Attorno a piccoli, bassi tavolini, si fuma il narghilè, si beve birra – trasgressione ammessa in questo paese islamico – si osserva il sole che scende tra le palau, le isolette che la fronteggiano e le sagome delle navi da guerra ormeggiate al largo. La più bella è una nave italiana: la fregata europea multi-missione (Fremm) Carabiniere. La indico ai colleghi con cui divido il tavolino, compresi un giornalista inglese e un francese, che non possono che darmi ragione. Orgoglioso, offro un altro giro.

 

La mattina seguente la nave è ormeggiata al molo di Awana, sulla punta sud di Langkawi. E’ bella anche da vicino, tanto da vincere il confronto con il Royal Star Clipper, un veliero da crociera a cinque alberi, attraccato all’altro lato del molo. Una volta a bordo, poi, la nave offre un’immagine delle eccellenze del made in Italy: dalle apparecchiature elettroniche sino a quei piccoli tocchi di classe come la battagliola (il corrimano) in legno sulle alette di plancia che ricordano più uno yacht di lusso che una nave da guerra. «Italian Style» commenta con un sorriso il guardiamarina che mi fa da guida. 

 

La fregata Carabiniere era arrivata a Langkawi nel marzo scorso dopo quasi tre mesi di una campagna navale in Asia-Pacifico. Con molti altri mezzi navali e aerei provenienti da tutto il mondo partecipava alla Langkawi International Maritime and Aerospace Exhibition 2017 (Lima 2017), la più importante esposizione del settore difesa del Sud Est Asiatico.

 

«Questo pezzo d’Italia che naviga» come la chiama il suo Comandante, il capitano di fregata Francesco Pagnotta, è una fregata di nuova generazione caratterizzata dalla possibilità d’impiego in vari contesti operativi. Varata il 29 marzo 2014 nel cantiere di Riva Trigoso della Fincantieri e consegnata alla Marina Militare il 28 aprile 2015, la nave Carabiniere risponde ai requisiti stealth che permettono di ridurre notevolmente la propria “visibilità” termica ed elettromagnetica. L’elevata automazione, sia del sistema di propulsione sia di combattimento, ha consentito una riduzione dell’equipaggio, costituito da 168 militari; quasi la metà rispetto alle fregate di altre classi. L’unità è progettata per imbarcare e integrarsi con elicotteri utilizzabili in ruolo antinave antisommergibile, aeromobili di prestazioni e autonomia molto superiori rispetto ai mezzi della precedente generazione che consentono di allungare considerevolmente il braccio operativo nello svolgimento delle proprie missioni.

 

«Grazie alle sue caratteristiche, è in grado di fornire un contributo di notevole importanza nei più svariati teatri operativi. Per le sue capacità di scoperta e per l’armamento può compiere sia ruoli prettamente militari sia a supporto della collettività in un’ottica dual use» mi spiegava il Comandante Pagnotta. «Parliamo della capacità̀ di poter svolgere operazioni anti terrorismo, sorveglianza e interdizione dei traffici illeciti, antipirateria, prevenzione e controllo dell’immigrazione illegale, controllo e protezione delle “Sea Lines of Communication” e operazioni d’interdizione marittima; ma anche assistenza umanitaria, di soccorso in mare, di trasporto sanitario d’urgenza, di concorso al sistema nazionale di protezione civile nonché di ricerca scientifica e tutela dell’ambiente marittimo».

 

Con queste capacità operative la fregata Carabiniere diventa un perfetto strumento per quella che l’ammiraglio Valter Girardelli, capo di stato maggiore della Marina Militare, anche lui presente a Langkawi, definisce “Naval Diplomacy”. «La nave è un pezzo dello stato, una vetrina industriale e tecnologica, un veicolo per la diplomazia, tanto più in un mondo globalizzato in cui tutti possono portare il loro contributo, oltre la logica delle grandi potenze» mi diceva l’Ammiraglio Girardelli. In questa prospettiva globale, lo stesso concetto di “Mediterraneo allargato”, visione geopolitica che sembra sottintesa alla strategia della Marina Militare, si estende sino allo scenario dell’Asia-Pacifico. Il settore marino e marittimo, infatti, è fondamentale per l’economia globale: il 90% degli scambi commerciali avviene via mare e lo scenario futuro riporta alla ribalta i ruoli essenziali della Marina Militare per garantirne il libero uso. Gli Oceani Indiano e Pacifico, in particolare, rappresentano le aree di massima criticità: per i fenomeni di pirateria, di propagazione del terrorismo, di confronti locali che possono portare a un’escalation globale (come si verifica nei Mari della Cina).

 

L’Italia ha tutte le carte in regola per inserirsi in questo grande gioco. Lo ha dimostrato proprio la campagna navale della Nave Carabiniere, che ha suscitato l’interesse degli osservatori internazionali. In Australia la Carabiniere è stata valutata come uno dei potenziali modelli delle nuove fregate antisommergibile. Se sarà scelta significherà una commessa per Fincantieri di circa 24 miliardi di euro.

 

 

«L’area Asia-Pacifico è importante perché molti paesi sono interessati non solo ai prodotti per la difesa ma soprattutto a sviluppare una propria industria: acquistano anche know-how e assistenza» diceva il media manager di Leonardo – la one company italiana che raggruppa Finmeccanica e le più importanti industrie italiane nei settori dell’aerospazio, difesa e sicurezza – presente al Lima 17 con stand tra i più frequentati. In effetti, tra il 2012 e il 2016 le nazioni dell’area Asia Pacifico hanno rappresentato il 43% del volume globale nelle vendite di armamenti. Un mercato dominato da Stati Uniti, Russia, Cina e Francia. Quest’ultima detiene il 6% del fatturato globale grazie soprattutto a un’aggressiva politica di marketing, tanto che gli operatori presenti al Lima 17 definivano il ministro degli esteri francese come un “grande venditore di armi”.

  

Ricordando quel tramonto sullo stretto di Malacca in cui si stagliava la sagoma della fregata Carabiniere, mi spiego meglio il senso dell’“affaire” Fincantieri. Sia dal punto di vista francese, sia da quello italiano. La bellezza e la tecnologia di quella nave sono la materializzazione di quanto possa valere il made in Italy e di come lo si possa applicare a un settore strategico (dimostrato anche dal successo dei “prodotti” Leonardo, molti in concorrenza con quelli francesi). Per la Francia rappresenta un pericoloso avversario nella battaglia navale globale.

Massimo Morello

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    01 Agosto 2017 - 19:07

    Trampò venderemo navi firmate e reduci dalle prese pel culo dalle ong . Navi italiche ricche di esperienza di vita vissuta , da sobborgo da dove provengono le navi umanitarie che le sbeffeggiano.

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  • NAPOORSO

    01 Agosto 2017 - 16:04

    Orgoglio patrio mal riposto......la nave è al 50% gallica! Fin dalla sigla che si può declinare anche in Francese.

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