Contro le caste

Quelle vere, però. Per la prima volta in italiano il celebre pamphlet di B. R. Ambedkar, grande “intoccabile” della storia indiana

Contro le caste

E’un dalit (“persona spezzata”) il nuovo presidente dell’India. Eletto il 20 luglio scorso, Ram Nath Kovind, candidato del Partito nazionalista indù (Bjp) del premier Narendra Modri, ha surclassato la rivale Meira Kumar, prima donna presidente del Parlamento e sostenuta dal Partito del Congresso. Anche lei è una dalit o “intoccabile” (chi èfuoricasta). Da almeno un decennio il Bjp cerca di fare breccia in questo decisivo bacino elettorale (circa duecento milioni di voti potenziali). Tuttavia, da quando nel 2014 i nazionalisti indù hanno assunto la guida del paese, le violenze nei confronti dei dalit – e dei musulmani – dilagano senza freni. La scelta di Kovind per la più alta carica dello stato (che ha solo funzioni protocollari), dopo quella del dalit K.R. Narayan (1997-2002), risponde quindi al bisogno di migliorare l’immagine del partito e di difenderlo dall’accusa di non tutelare le minoranze sociali e religiose. Ma di Kovind non si può dire che sia uno stinco di santo. Ex governatore del Bihar, è membro di un gruppo oltranzista e paramilitare indù (Rss) che ha forti legami ideologici con il Bjp, per ben tre volte bandito dalla vita pubblica. Una figura sideralmente distante dal più insigne intoccabile della storia indiana novecentesca, Bhimrao Ramji Ambedkar, inflessibile critico del sistema castale. E proprio Contro le caste si intitola il suo pamphlet più celebre (1936), pubblicato per la prima volta in italiano da Castelvecchi con un saggio introduttivo di Arundhati Roy (a cura di S. Anand, traduzione di M. De Pascale, 325 pp., 19,50 euro).

 

Ha senso leggere oggi un discorso concepito ottant’anni fa, prima che l’India diventasse la più grande democrazia parlamentare del mondo? Ha senso se il suo autore è uno dei padri di quella Costituzione che, emanata nel 1949, pur istituendo il suffragio universale e uguali diritti per tutti i cittadini, non è riuscita o non ha voluto modificare la realtà delle caste. Quest’ultima nei Sastra (i testi sacri dell’induismo) è definita varnasrama dharma. Le quasi quattromila caste e sottocaste endogamiche, ciascuna con la propria specifica occupazione ereditaria, sono infatti raggruppate in quattro varna: bramini (sacerdoti), kshatriya (guerrieri), vaysya (mercanti) e sudra (servi). Al di fuori dei varna si trovano gli avarna, gli ati-sudra, una specie di mezzi-uomini anch’essi ordinati secondo una scala gerarchica: intoccabili, inguardabili e inavvicinabili. La loro presenza, la loro stessa ombra è considerata una causa di contaminazione dagli indù delle caste superiori. I Mahar, ai quali apparteneva Ambedkar, erano costretti a tenere una scopa legata alla vita per spazzare via le loro orme impure; altri dovevano appendersi delle sputacchiere intorno al collo per raccogliere la loro saliva infetta. Gli uomini delle caste privilegiate, inoltre, erano signori assoluti dei corpi delle donne dalit. Se l’amore li insudiciava, lo stupro li purificava. In molte regioni dell’India di queste efferatezze è piena la cronaca nera.

 

E' un dalit, un fuoricasta, anche il nuovo presidente dell'India. Ma dal 2014 dilagano le violenze nei confronti di questa categoria

Sono trascorsi settant’anni dalla fine del dominio britannico (agosto 1947), ma il varnasrama dharma sembra tutt’altro che un relitto del passato. Beninteso, dalla seconda metà del Ventesimo secolo molto è cambiato. L’economia indiana si è modernizzata, aprendosi ai capitali stranieri. Ma gli spettacolari tassi di crescita del pil si sono tradotti in una gigantesca concentrazione della ricchezza. Soprattutto i vaisya sono a capo di importanti società con interessi in tutto il pianeta. I bramini, invece, sono proprietari di gran parte dei media e controllano il ceto burocratico e giudiziario. Dopo l’indipendenza, con l’intento di raddrizzare un torto storico, ai dalit e agli adivasi (le tribù aborigene) sono state concesse quote riservate nelle università e negli impieghi statali. Hanno avuto così la possibilità di diventare medici, ingegneri, giudici, poliziotti e funzionari pubblici. Ma il loro numero nei ranghi del potere è tuttora molto esiguo, e non ha alterato i vecchi equilibri sociali. La maggioranza dei dalit e degli adivasi rimane formata dai senza terra, braccianti agricoli pagati una miseria e manovali attivi nell’edilizia. Le promesse della Costituzione del 1949, insomma, non sono state mantenute. La democrazia non ha sradicato il sistema castale. Al contrario, lo ha protetto e aggiornato.

 

Ma chi era Ambedkar? Il leader dei dalit nasce nel 1891 nella città-guarnigione di Mhow, nell’India centrale. Figlio di un soldato dell’esercito imperiale, a sei anni si trasferisce con la famiglia a Bombay. Grazie alla nuova legislazione inglese, nel 1907 entra – unico studente intoccabile – nella prestigiosa Elphinstone High School. Un docente lo presenta a S. R. Gaekwad, il progressista maharaja di Baroda che gli assegna una borsa di studio mensile fino alla laurea. Con i buoni uffici del suo nobile mentore, nel 1913 viene ammesso alla Columbia University di New York. E là, spronato da John Dewey, scrive un pioneristico studio, in cui dimostrava che la casta non poteva essere assimilata né alla razza né alla classe, poiché si trattava di una categoria sociale del tutto peculiare. Tornato a Baroda nel 1917, deve fare i conti con le crudeltà del sistema castale. Temendo di toccarlo anche solo accidentalmente, gli addetti della biblioteca dove studiava gli lanciavano i libri che chiedeva di consultare. Per poter affittare un alloggio, si finge un parsi (seguace di Zoroastro). Scoperto, per poco non viene linciato. Rientra perciò precipitosamente a Bombay, dove viene assunto come insegnante al Sydenham College. Allora gli indù riformatori corteggiavano i dalit. Sia Gandhi che Bal Tilak, una delle personalità più eminenti del Partito del Congresso, definivano l’intoccabilità una “malattia” da curare con un’educazione umanitaria.Per Ambedkar era invece solo la febbre, la logica conseguenza di un sistema basato sulla negazione dei diritti: alla terra, all’istruzione, alle pari opportunità. E’ in quegli anni che emerge il suo forte dissenso con il verbo del Mahatma. Gandhi riteneva che le caste rappresentassero il genio della nazione indiana, un “magnifico potere regolativo” delle sue contraddizioni e differenze sociali, oltre che un baluardo nei confronti della penetrazione dei costumi occidentali. Credeva che tutte le caste dovessero essere uguali, incluse quelle emarginate, ma non intendeva affatto abolirle. L’intoccabilità era per lui una pratica culturale e religiosa sbagliata che andava corretta, ma non doveva mettere in discussione i principi fondativi dell’induismo. Abedkar era invece convinto che il sistema delle caste non fosse altro che una versione feudale della dottrina dell’amministrazione fiduciaria: i diritti sono patrimonio di coloro che già li detengono, i quali meritano fiducia perché li utilizzeranno per il bene collettivo. Il contrasto non poteva essere più profondo.

 

Voleva una giustizia terrena capace di fondere le migliori tradizioni dell'illuminismo europeo con il pensiero buddista

Eppure nelle aree rurali la minaccia delle percosse impallidiva di fronte allo spettro del “boicottaggio sociale”, a cui andavano incontro i dalit (per lo più aratori e vasai) che osavano sfidare il divieto di acquistare un campo, indossare vestiti sgargianti, cavalcare una giumenta durante il corteo nuziale. Ai “peccatori” veniva negato il lavoro nel circondario, fino alla privazione del cibo e dell’acqua. Stessa sorte toccava ai dalit cittadini (di solito pulitori di latrine) rei di comportamenti provocatori. La loro insostenibile condizione spinge Ambedkar a organizzare nel 1920 una mobilitazione generale per conquistare rappresentanze separate e l’accesso a pozzi, scuole, tribunali e trasporti pubblici. Ghandi, preoccupato dal protrarsi della travolgente campagna del suo competitore politico, interviene alla Conferenza pan-indiana di Lahore (1927) per sconfessarla, ed esorta gli intoccabili a lottare per i propri diritti attraverso il satyagra (“persuasione gentile”) e non con il duragraha (“resistenza con la forza”). La rottura tra i due personaggi più carismatici dell’induismo diventa a quel punto totale e irreversibile.

 

Nel 1931 il premier Ramsey MacDonald annuncia che gli intoccabili avrebbero goduto per un ventennio di una rappresentanza elettorale separata. Dalla prigione di Yerawada dove stava scontando una condanna, Gandhi inizia un epico digiuno in segno di protesta contro la decisione del governo britannico. Il paese è in subbuglio: vengono rilasciate dichiarazioni solenni, firmate petizioni, elevate preghiere, rivolti appelli per scongiurare il peggio: la morte del Mahatma. Ambedkar deve cedere. Il 24 settembre 1932 lo incontra nella cella in cui era detenuto e sottoscrive quello che è passato alla storia come il Patto di Pune. Ambedkar rinuncia alle rappresentanze separate, e ottiene in cambio un certo numero di seggi nei collegi provinciali, ma con candidati di gradimento delle caste superiori. Dopo la sua vittoria, Gandhi dedica ogni energia alla causa dei dalit, suscitando diffusi sentimenti di gratitudine e perfino di devozione nelle masse dei reietti abituate a essere emarginate e terrorizzate. Ambedkar era stato cacciato da una finissima testa politica in un vicolo cieco. Nel 1935 abiura all’induismo, e l’anno seguente ne spiega i motivi in Contro le caste.

 

La tesi centrale del libello è che l’ingiustizia istituzionalizzata dei Sastra va sostituita con una giustizia terrena capace di fondere le migliori tradizioni dell’illuminismo europeo con il pensiero buddista. Se la critica risoluta di Gandhi alla rivoluzione industriale nasceva dall’evocazione nostalgica di una semplicità pastorale dalle radici integralmente autoctone, la critica di Ambedkar al braminismo nasce dall’adesione al liberalismo americano, con le sue concezioni del progresso e della felicità. Gandhi definiva le città moderne “escrescenze [che] svolgono il compito malefico di succhiare il sangue ai villaggi”. Per Ambedkar il villaggio ideale del Mahatma era “un covo di ignoranza, grettezza mentale e municipalismo”. Un dissidio radicale, che contribuirà a spostare sempre più il suo sguardo verso i fenomeni dell’urbanesimo e dell’industrialismo: grandi metropoli, grandi impianti tessili e meccanici, grandi dighe, grandi progetti di irrigazione. Come gli altri indù riformatori, anche Gandhi era però allarmato dall’abiura del più autorevole e amato capo dei dalit. La loro conversione ad altre fedi costituiva una minaccia da sventare con ogni mezzo. Durante la dominazione musulmana, milioni di appartenenti alle caste inferiori che svolgevano lavori degradanti si erano rifugiati nell’islam. In seguito, altri milioni avevano abbracciato sikhismo e cristianesimo. Un esodo massiccio degli intoccabili dal “gregge indù” avrebbe avuto effetti catastrofici per i pastori che lo sorvegliavano. Gandhi allora gioca nuovamente d’astuzia. Con una mossa a sorpresa, reclama con fermezza l’accesso ai templi per gli intoccabili, cavalcando abilmente una delle loro rivendicazioni più sentite.

 

Messo per la seconda volta in un angolo dal Mahatma, Ambedkar cerca una nuova casa spirituale e politica per le sue idee. Aderisce così al buddismo e nel 1938 fonda l’Independent Labour Party. Il manifesto del partito proponeva la proprietà e la direzione statale dell’industria “nell’interesse del popolo”, la separazione tra potere giudiziario ed esecutivo, la creazione di banche di credito cooperativo per i produttori agricoli. Furiosi per i successi elettorali della sua creatura, i comunisti bollano Ambedkar come “fantoccio dell’impero”. All’opposto, nonostante la sua inclinazione vagamente socialista, egli imputava ai dirigenti comunisti – spesso appartenenti alle élite braminiche – la sottovalutazione del ruolo delle caste nelle loro analisi, subalterne all’ortodossia marxista. Divenuto ministro della Giustizia nel governo provvisorio (agosto 1946), nel marzo 1947 dà alle stampe un documento intitolato Stati e minoranze. Alcune delle tutele per gli intoccabili lì delineate saranno incluse nella Costituzione dell’India indipendente, mentre verranno scartate le proposte più radicali, come la nazionalizzazione dell’agricoltura e delle industrie strategiche. Nel 1955 dichiara al Rajia Sabha (la Camera Alta): “La Costituzione è uno splendido tempio che abbiamo costruito per gli dèi, ma prima che questi potessero insediarsi, i diavoli se ne sono impossessati”. Nel 1954 aveva partecipato alle sue ultime elezioni nelle fila della Federazione delle caste disagiate, protagonista di una inattesa quanto clamorosa disfatta.

 

Deluso dall’induismo, dai suoi sacerdoti, dai suoi santi, dai suoi politici, Ambedkar negli ultimi anni della sua vita si dedica all’esegesi degli insegnamenti di Buddah. Il 14 ottobre 1956, pochi mesi prima della sua scomparsa, insieme a mezzo milione di seguaci giura di essere fedele ai Tre Gioielli (virtù, meditazione e saggezza) e ai Cinque Precetti (non uccidere; non rubare; non avere comportamenti sessuali scorretti; non mentire e non bere bevande alcoliche) dettati dal “Risvegliato”. I buddisti però non hanno fatto breccia nell’Hindustan. Nella repubblica federale di Modri restano ben saldi al loro posto i bramini, che controllano largamente il sapere; e i vaisya, che spadroneggiano negli affari. Gli kshatriya hanno visto giorni migliori, ma sono ancora – in gran parte – proprietari terrieri. I sudra stazionano nel sottosuolo dei palazzi del potere e tengono alla larga gli intrusi. Gli adivasi continuano a lottare per la loro stessa sopravvivenza. Quanto ai dalit, abbiamo visto. Le caste in Indiasono forse eterne?

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