Intelligence e magistratura

di Mario Caligiuri, Rubbettino, 95 pp., 12 euro

Quando c’è profluvio di informazioni, quando il sovraccarico informativo rischia di svuotare e rendere astratti concetti quali interesse generale, democrazia, libertà, giustizia, sicurezza, allora è indispensabile selezionare ciò che è rilevante, significativo: è dunque per legittima difesa che si deve fare intelligence. E la magistratura deve riconoscere questa sua funzione sommamente politica. Eppure le relazioni tra le due istituzioni sono ancora improntate a diffidenza reciproca, come racconta l’agile pamphlet di Mario Caligiuri, professore all’Università della Calabria e organizzatore di master sull’intelligence da quasi vent’anni, da prima cioè che la guerra asimmetrica si imponesse come funereo orizzonte del nostro tempo e facesse comprendere anche al grande pubblico quanto siano vitali per la sicurezza delle società aperte servizi segreti scrupolosi, radicati, efficienti. Da bravo figlio spirituale di Francesco Cossiga che lo incoraggiò nella strada che aveva intrapreso, Caligiuri non crede che la democrazia sia casa di vetro, luogo di trasparenza assoluta, ma che si debba ammettere l’esistenza di zone opache, rafforzare e proteggere strutture in grado di portare a termine operazioni anche illegali. Occorrono mani molto libere nelle azioni di contrasto alla criminalità organizzata o al terrorismo fondamentalista e la sola autorità che può rispondere di errori, di eccessi è il governo, il Parlamento, insomma la politica. Invece, da quando ha capito di avere di fronte una politica debole, la magistratura ha creduto di dovere esercitare il controllo di legalità e presentare il conto a chi aveva violato la legge. Non si contano infatti capi ed esponenti dei servizi inquisiti, arrestati, processati. Vito Miceli nel lontano 1975, accusato di aver coperto una trama eversiva dell’organizzazione Rosa dei venti, Grassini e Santovito costretti a dimettersi nel quadro delle indagini sulla loggia P2, poi Malpica, poi Mario Mori indagato per la cosiddetta trattativa tra stato e mafia, infine Mancini e Pollari per il rapimento dell’imam Abu Omar. Sono stati quasi tutti assolti con sentenza definitiva e non è stata riconosciuta alcuna finalità eversiva alla loggia P2. Eppure la diffidenza persiste. Esemplare il caso di Bruno Contrada, capo del reparto operativo del Sisde, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, che subì un iter giudiziario tortuoso prima di essere condannato in via definitiva. Ancora oggi non è chiaro se fu davvero un traditore dello stato oppure il migliore poliziotto che Palermo abbia mai avuto, proprio per la natura ambigua, fumosa delle accuse: essersi mosso ai confini, aver intrattenuto relazioni pericolose come i servizi devono fare e fanno da secoli. Smania di protagonismo a parte, i magistrati sono figli della cosiddetta cultura del 1968 e dintorni, l’hanno fatta propria anche inconsciamente, hanno ascoltato una narrazione ininterrotta, distorta, fatta di cose false, di post verità. Per quasi mezzo secolo prima ancora che dalla magistratura i servizi sono stati accusati dalla maggioranza dell’opinione pubblica, della stampa, di ogni tipo di nefandezza, di aver fatto depistaggio per proteggere neofascisti che poi sono sempre quattro scalzacani, di essere al soldo della Cia e del Mossad e di aver messo mano a trame occulte per abbattere la democrazia in Italia. In un clima così non c’è da sorprendersi se il passato non passa mai, se c’è sempre un giovane magistrato pronto a chiamare in causa i servizi per quanto successe a piazza Fontana, a piazza della Loggia, nel cielo di Ustica o nella prigione di Moro.

 

INTELLIGENCE E MAGISTRATURA
Mario Caligiuri
Rubbettino, 95 pp., 12 euro

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Commenti all'articolo

  • carlo schieppati

    14 Marzo 2017 - 23:11

    Intelligenza e magistratura sono termini incompossibili

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