L'emozione di ritrovarsi

Incontrare di nuovo Lucy Barton e tutti quelli che non sono mai andati via da Amgash

L'emozione di ritrovarsi

Foto via Pixabay

Al momento si era fermato a uno stop e recitò a bassa voce le parole: “Lucy, Lucy Barton, Lucy mia. Chissà dove sei, perché sei andata via?”. In realtà lo sapeva. Nella primavera dell’ultimo anno di liceo, l’aveva incontrata nell’atrio dopo scuola, e lei gli aveva detto, d’un tratto guardandolo in faccia, a occhi spalancati: – Mr Guptill, io vado al college –. E lui: – Oh Lucy. Che bella cosa –. Lei gli aveva buttato le braccia al collo; non lo lasciava più, così alla fine l’aveva abbracciata anche lui.

Elizabeth Strout, “Tutto è possibile” (Einaudi)


  

E’ un’emozione forte ritrovare una persona a cui vogliamo bene che era andata via, rivederla anche negli occhi di altri amici, scoprirla così magra ma con lo sguardo vivo di sempre, gli stivaletti neri con la cerniera dietro, guardarla togliersi le scarpe e chiederci: come va? Siamo noi che abbiamo tantissime domande da farle, che vogliamo sapere tutto, cos’ha fatto mentre non era qui con noi. Non succede soltanto con le persone, succede con i personaggi dei romanzi. Li abbiamo lasciati nell’ultima pagina ma abbiamo continuato a ricordarli, nel tempo: ho ripensato spesso a Lucy Barton in quel letto di ospedale a New York, felice di avere sua madre accanto, felice di sentirle raccontare che fine avevano fatto le ragazzine del passato di Lucy, quando era una bambina povera che rovistava nella spazzatura, prima di scappare al college, prima di diventare grande, una scrittrice famosa.

   

E’ stata un’emozione forte ritrovare Lucy Barton nell’ultimo libro di Elizabeth Strout, e conoscere i suoi fratelli, e scoprire di nuovo quella contea di relazioni e di vite imperfette, illuminate da momenti di grazia. “Siamo tutti quanti un casino”. Siamo tutti quanti un casino, e la letteratura sa raccontarcelo e dirci che non siamo soli in questo casino. Vicky, la sorella di Lucy, rimasta ad Amgash, un paese malridotto non lontano da Chicago, cova e esprime del risentimento verso la sorella che è stata capace di salvarsi, e si sente meglio quando deve soccorrerla perché sta avendo un attacco di panico, invece “Patty la Grassona”, che non ha mai fatto l’amore con suo marito, compra il libro di Lucy Barton, lo legge e, si sente meno sola, sente che “proprio così, il libro l’aveva capita. Le restava in bocca il dolce di quella caramella gialla. Lucy Barton aveva avuto la sua dose di vergogna; accidenti se l’aveva avuta. E si era rialzata esattamente da lì”. Una costellazione di personaggi che hanno avuto una buona dose di vergogna, nati già mentre nasceva: “Il mio nome è Lucy Barton”: Elizabeth Strout scriveva le conversazioni fra Lucy e sua madre e intanto annotava il futuro di quelle ragazze di cui Lucy era tanto curiosa, che cosa era successo, chi avevano sposato, in quale tranquillo oppure arreso punto della vita si trovavano adesso. Pete, il fratello di Lucy, di cui la madre parla come di uno sbandato, passa una settimana a pulire la casa per accogliere sua sorella, e compra perfino un tappeto, ed è disposto a guidare fino a Chicago per lei, anche se non lo ha mai fatto prima. E non lo ha mai fatto prima ma vorrebbe appoggiare la mano sul braccio di sua sorella Vicky, non ha il coraggio e allora le dice: “Vicky, sai che in fondo non siamo venuti tanto male?”. Ci sono questi momenti illuminati dal sole, o dalla comprensione fra gli esseri umani, o semplicemente da un’allegria, l’idea che ci si può ammalare ma che si può anche guarire, all’improvviso capire qualcosa di più della vita, e accettarlo. Come Olive Kitteridge, indimenticabile personaggio di Elizabeth Strout, che adesso abbraccia l’uomo che è rimasto solo come lei e vede le persone per quello che sono, due fette di formaggio svizzero premute insieme: i buchi che ciascuno ha da dare all’altro, i pezzi che la vita ti leva di dosso.

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Commenti all'articolo

  • Caterina

    Caterina

    01 Ottobre 2017 - 15:03

    Eccellente Elisabeth Strout in Olive Kitteridge ed ora affondo in Midwinter Break di B. MacLaverty.

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