Le signore di Jean Rhys, che voleva fare la ballerina di fila e invece scrisse un capolavoro

Racconti mai rasserenanti, ed è un segno di vitalità. Donne che non hanno destini luminosi né vite leggere e c’è sempre una sorpresa dolorosa ad aspettare chi legge, ma anche una disinvoltura: l’idea che la vita non possa mai essere tanto meglio di così

Le signore di Jean Rhys, che voleva fare la ballerina di fila e invece scrisse un capolavoro

“Adesso, se voglio riuscire a camminare dritta”, pensòa un tratto Miss Dufreyne, “sarà meglio che vada”. Lasciò i soldi e si alzò, avviandosi a passi prudenti e dignotosi. Miss Dufreyne (Dolly per gli amici, quando ne aveva) uscì nel boulevard nella morbida sera autunnale, e la notte con mano abile e gentile le diede una strizzatina al cuore.

Jean Rhys, “Io una volta abitavo qui” (Adelphi)

 

Jean Rhys è nata ai Caraibi, suo padre era del Galles e sua madre creola, si è trasferita a Londra a sedici anni, nel 1906, con il sogno di fare l’attrice o la ballerina di fila. Non aveva soldi e non aveva fortuna, era bella ma con questo fortissimo accento caraibico che respingeva il successo, e andò a Parigi, iniziò a scrivere, si sposò varie volte, cominciò a bere, scomparve spesso, di lei si diceva a un certo punto che fosse morta, nel 1966 scrisse il suo capolavoro, “Il grande mare dei Sargassi” (pubblicato sempre da Adelphi), e nel 1979 morì, alcolizzata. Questi racconti, pubblicati in varie raccolte fra gli anni Venti e gli anni Settanta, non sono mai rasserenanti, ed è un segno di vitalità, le donne descritte non hanno destini luminosi né vite leggere, c’è sempre una sorpresa dolorosa ad aspettare chi legge, ma anche una disinvoltura, l’idea che la vita non possa mai essere tanto meglio di così. In un racconto intitolato “Fame”, c’è la descrizione ironica di una semi inedia, il punto di vista di una donna che digiuna per cinque giorni perché non ha soldi per mangiare. La immaginiamo giovane, arrabbiata, ma anche divertita. “Per le prime dodici ore si è solo stupefatti. Niente soldi, niente da mangiare…Niente!…Ma è ridicolo, deve esserci qualcosa che si può fare. Allora corri qui è là, piena di buonsenso pratico; cerchi l’inafferrabile ‘qualcosa’. La notte fai lunghi sogni sul cibo”. E’ un flusso di coscienza, un piccolo delirio, “vendere i vestiti? Ci fai poco o niente con i vestiti da donna usati, a Parigi”, è il precipitare giorno dopo giorno nell’abisso, “un posto non troppo terribile, dopo tutto. Prima o poi ci si abitua. Tanta gente allegra, da quelle parti”, come se morire di fame potesse essere un intrattenimento, la tragedia e la commedia che si sfiorano, e alla fine dei cinque giorni si piange per la straziante bellezza della vita. Queste donne si sono infilate in angoli bui della vita, però con uno spirito tagliente, con un’idea di dignità, anche di riscatto. La signorina Dufreyne (Dolly per gli amici, quando ne aveva), percorreva lentamente il marciapiede destro del boulevard e si fermava a bere brandy e soda in un caffè sì e uno no di quelli che incontrava, ubriaca e sola, eppure ancora credeva che Montparnasse fosse un posto fantastico, e che un giorno avrebbe raggiunto la fama come creatrice di moda, e che sarebbe stata sottratta al disordine della sua esistenza. Era rabbiosa, al verde, infelice, detestava gli esseri umani ma aveva ancora un barlume di speranza, incontrando per strada un uomo più sfortunato di lei, eppure compassionevole. Invece che sentirsi umiliata, Dolly comprende, in una certa misura, l’amara e pericolosa voluttà della miseria. E se, arrivando là, uno invece trovasse il paradiso?

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