Il posto illuminato di Matteo Nucci

Il dolore che scorre come un fiume, un padre dottore che scappa da se stesso e finisce per ritrovarsi

Il posto illuminato di Matteo Nucci

Il fiume Tevere (foto LaPresse)

Che cos’è la controra, piccola mia? E’ l’ora silente in cui tutto può accadere. E’ l’ora più bella per chi va cercando il mare. Vieni con me al mare? Scendiamo giù al mare? E’ l’ora in cui tutti riposano e noi andiamo a cercare tesori. Vieni con me a cercare tesori? Scenderemo lungo il fiume.

Matteo Nucci, “E’ giusto obbedire alla notte” (Ponte alle Grazie)

 

Il dottore non vuole più essere chiamato per nome, e vive lungo il fiume. Ha portato lì il suo dolore, ha abbandonato la città, Roma, anche se la comunità strampalata che si muove attorno a lui e alla trattoria Anaconda dice che “Roma è qui”, fra i canneti mossi a ondate, i sentieri zuppi di fango, le nutrie che sono “gentili, eleganti e dignitose” e il cielo che si apre all’improvviso sopra uomini e donne a cui nessuno chiede da dove arrivino, qual è il fardello che portano e perché sono qui, lontanissimi eppure vicini alla strada per andare in città: basta un attimo e sei tornato, se sei pronto, e se la città ti aspetta ancora.

 

Il dottore cura le persone che vivono sul fiume con lui, e non gli chiedono del suo segreto, del buio in fondo ai suoi occhi. Lui conosce la vita qui e scappa da un’altra vita, quella in cui un dolore enorme l’ha trasformato per sempre, anzi l’ha messo nella condizione degli eroi antichi: immergersi dentro la sofferenza per rinascere, dire alla vita: adesso non posso, adesso ho questo dolore addosso, accanto, dappertutto, adesso questo dolore è mio e lo cullerò fino a quando sarà giusto, non posso fare altro, non voglio fare altro, non sono più nessuno. Matteo Nucci, che studia da sempre il mondo antico e lo racconta con passione, ha trovato un posto illuminato per muovere insieme una realtà fantastica e personaggi in cerca di una seconda possibilità, o soltanto di un riparo, di un modo diverso di vivere assecondando la natura, la pioggia, le pietre, lo scorrere potente e tranquillo del fiume, il fallimento che rende tutto più chiaro. Il Tevere osserva le imperfezioni, il turbamento, la follia degli uomini, la generosità e il soccorso. Il bisogno di un padre. E il protagonista di questo romanzo, che segue il suo destino di rinascita dopo un lungo, ostinato combattimento, è un padre che ha perso la guerra. Più del fiume che racconta le sue storie, più di tutti quelli che hanno una verità, un piatto di minestra o un vaticinio da offrire, è il dolore di un padre a parlare in questo romanzo vivissimo che trascina giù in fondo e poi insegna a risalire. “Se non piove, è il segno, il segno perfetto. Una signora prima me lo ha detto. Sarà una maga? Magari una di quelle donne che sanno tutto, che vedono il futuro. Cosa ha detto? Ha detto questo. Che stavolta non piove. Che sarà una bellissima Pasqua e che presto starai talmente bene che andremo a vivere sul fiume. Come i ragazzini che vivevano qui tanti anni fa. Ti piacerebbe vivere sul fiume? Con mille animali, mille barche e ogni giorno una cosa nuova? Andiamo? Andiamo tu e papà? Lì sì che si pesca. Si dorme e si prendono pesci. Non è vero che chi dorme non piglia pesci. Fidati, regina, fidati. Si possono prendere i pesci anche dormendo. Ti piacerebbe vivere sul fiume?”. Il dottore, diventato dottore per necessità, non è riuscito a salvare l’essere umano che amava di più al mondo, non è riuscito a proteggerlo dal male del mondo, non sa perdonarsi ma chiede perdono, cerca una quiete, una risposta. La chiede al fiume, la chiede alla notte, smette di combattere, obbedisce alla notte, rinasce. O forse semplicemente il dolore che scorre come il fiume lo porta con sé, e lo trasforma finalmente in chi realmente è.

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