La nostra guerra ridicola al bere

Perché vietare, punire o scoraggiare il consumo di alcol – ma anche di sostanze a base di zucchero, cibi grassi e sigarette – attraverso la coercizione legislativa è inefficiente

La nostra guerra ridicola al bere

Spesso mi sembra che la nostra società abbia abbandonato il senso di responsabilità individuale” scrive su Quadrant Satyajeet Marar, autore australiano. “Aprite i giornali o scrollate il vostro newsfeed dopo l’ennesimo attacco terroristico in Europa e non sarà difficile leggere titoli come ‘un veicolo uccide tre persone’ o ‘vittime di un attacco di un camion’. Siano maledetti quei catorci dei jihadisti. E’ per questo che ci serve un totale controllo che prevenga la radicalizzazione dei nostri parcheggi. Ovviamente, nessuno proporrebbe davvero di vietare la circolazione di macchine e camion sulle strade. Sarebbe stupido. Sappiamo perfettamente che è il fanatico alla guida del veicolo il responsabile, e non il veicolo inanimato – lo stesso veicolo inanimato guidato da milioni di persone innocenti in tutto il mondo. Questo, tuttavia, è esattamente il tipo di approccio adottato verso l’alcol da parte di chi gestisce le nostre politiche pubbliche. Ci affrettiamo a imporre “leggi di blocco” a intere zone di Sydney, distruggendo quella che un tempo era una vibrante vita notturna, con la scusa di proteggere le persone da se stesse. Al contempo, paesi come quelli europei, che hanno leggi e normative sull’alcol molto più rilassate, hanno tassi di violenza [correlata all’alcol, ndr] molto più bassi dei nostri. Non ci fermiamo mai a pensare se possa essere la nostra cultura del bere, piuttosto che il bere in sé, il problema. Non ci fermiamo mai a ragionare in maniera un po’ approfondita su che cosa abbia definito la nostra cultura del bere nel modo in cui è oggi. (…) Kate Fox, un’antropologa al Social Issues Research Centre, ha notato che culture come quelle latino-americane e mediterranee, dove la gente tende a vedere di buon occhio l’alcol, hanno livelli notevolmente inferiori di comportamenti antisociali correlati all’alcol rispetto a paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Australia o la Scandinavia, dove il discorso pubblico si concentra sopratutto sugli effetti negativi dell’alcol e dove l’alcol è spesso visto come un lasciapassare per comportamenti che l’individuo, altrimenti, eviterebbe – la violenza, la promiscuità, l’aggressione o altri atti impulsivi e ‘a-caratteriali’”.

 

Secondo Satyajeet Marar è dunque evidente che vietare, punire o scoraggiare il consumo di alcol – ma anche di sostanze a base di zucchero, cibi grassi e sigarette – attraverso la coercizione legislativa è inefficiente. “E’ anche chiaro che spesso si ottiene l’opposto, indesiderato effetto. (…) proprio come una fasciatura posta su un arto rotto, le leggi e i divieti offrono ai politici e ai policy maker l’opportunità di sembrare decisi su una questione sociale complessa, senza dover fare nulla di davvero significativo per affrontare i veri problemi socio-culturali alla base del fenomeno. Noi altri – chiosa – possiamo invece stare seduti a guardare mentre ci tolgono la nostra libertà di scelta”.

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  • marco.ullasci@gmail.com

    marco.ullasci

    15 Agosto 2017 - 08:08

    Va detto che in Italia riusciamo ad avere un buon quantitativo di comportamenti antisociali anche da perfettamente sobri. Forse c'e' un quantitativo definito di antosocialita' ogni 100.000 persone che in alcuni paesi si manifesta principalmente come un basso tappeto di sottofondo ed in altri solo come picchi che si separano da una antisocialita' mediamente molto piu' bassa.

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