Il Natale tra prediche sui valori e vaghe feste di solidarietà

Per fortuna c’è chi fa il presepe vivente, dove vi prendono parte anche bambini e famiglie di musulmani, induisti o assolutamente atei. Nessuno sente offeso il proprio credo o la propria storia

natale

(foto di Flickr)

E’ come un colpo al cuore. Un sobbalzo durante la notte quando squilla il telefono. Accade così durante i collegi docenti, quelli dei primi giorni di settembre. Lunghissime riunioni con tutti i professori che si abbracciano confrontando l’abbronzatura, descrivendo località visitate e sfoggiando (le prof) mise ancora da spiaggia. Quelle riunioni più faconde che feconde dove, alcune volte, l’unica strategia è fingersi morti. Sussulti dallo spavento perché ancora il tuo corpo è disteso su una spiaggia con il libro tra le mani. “La protezione zero spalmata sul cuore”, canta Jovanotti, e il suono del mare che ti coccola. I tuoi occhi sono ancora rapiti dalla vista del Monte Rosa e una parola ti ricorda bruscamente che, per il prof di Musica, è iniziata la scuola. “Professore, cosa facciamo per la festa della solidarietà?”. Rinvengo, sbando. Mugugno qualcosa. Parole scazonti, insignificanti. Mi domando: “E’ il primo settembre, cosa mai sarà la solidarietà? Se non quella che dovrebbero provare per un povero docente che dal trenta giugno è in ferie”. Viene in soccorso la vicepreside, quella che chiarisce i contenuti della Preside (per i puristi Dirigente). “Professore, prima delle vacanze di Natale facciamo una festa. Un momento associativo. La chiamiamo festa della solidarietà. Così… eh! Sa?”. L’ammiccare della collega non disperde le nubi della confusione nella mia mente ma fingo di essere sul pezzo e mi sforzo sinceramente di capire. Il maestro di Musica alle elementari o il professore alle medie è tipo un giullare. Deve organizzare spettacoli, animare situazioni, far fare ai ragazzi salti mortali per commuovere genitori, nonni e parenti tutti.

Natale è una di quelle. Lo spettacolo natalizio è diverso a seconda della scuola per cui lavori. In alcune non puoi nominare la parola Natale e quindi festeggi la solidarietà o la pace. In un primo momento pensavo dovessimo organizzare qualcosa tipo Telethon o raccolta fondi per i terremotati. Giuste cause, attenzione, ma poco a che fare con il Natale. Allora vai con spettacoli dal repertorio molto pop. Non manca mai “Jingle Bells” o, negli ambienti più swing, “Jingle Bells Rock”, “War is over” e ovviamente il gran finale con quell’inno al nulla che è “Imagine”. Il non plus ultra? “We are the world”, mano nella mano, ancheggiando fuori tempo e sullo sfondo un power point con le immagini di bambini poveri dell’Africa. Qualche massima di Paulo Coelho e poi la morale: che sia una festività (no Natale) di pace e la sua magia ci renda migliori. In altri istituti quasi non avverti la distinzione tra la messa e lo spettacolo di Natale. Una continua predica sui valori. Meglio della festa della solidarietà comunque. Sono queste alcune scuole “di suore” (ma per fortuna non sono tutte così). Un proliferare di canti stonati da “Tu scendi dalle stelle” ad “Astro del ciel” con la brillante e incoerente sorpresa finale di due preti gggiovani che si vestono da Babbo Natale e distribuiscono caramelle in cambio della promessa di essere più buoni.

 

Magia del Natale, propositi di candida bontà e caciara pazzesca, sono gli elementi classici del Natale a scuola. Quando mancano magia, bontà e chiasso forse abbiamo il vero Natale. Come il presepe vivente che si organizza in alcune scuole o centri d’aiuto allo studio pomeridiano. Vi prendono parte anche bambini e famiglie di musulmani, induisti o assolutamente atei. Nessuno sente offeso il proprio credo o la propria storia. I bambini fanno le pecorelle, i mestieri dell’epoca o gli angioletti. C’è chi accompagna i Re Magi. Si coinvolgono con semplicità cantando e indossando abiti fatti su misura per ciascuno di loro. Non è una recita. E’ il rivivere un fatto che accade ora. Stupisce il silenzio. Di tutti, dei bambini in particolare. Un vero miracolo dove non servono salti mortali, buoni propositi, lunghi sermoni e buone azioni. Non servono caramelle, magia e pace, ma solo vedere persone per cui Gesù è veramente nato. Buon Natale. 

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Commenti all'articolo

  • lucianotanto

    25 Dicembre 2016 - 18:06

    balle. la vera tradizione, sarebbe tornare a vivere nelle caverne. ossia, cambiare il mondo é una pessima idea? per questo, non capire ANCHE la dimensione di propaganda fide del presepio, potrebbe rappresentare una ingenua stultizia; basterebbe, per esempio, conoscere l'effetto del "colonialismo" cattolico nei paesi dell'america del sud e non solo, o dell'africa, per intendere. la questione non é solo italiana, visto che il vaticano e l'unica vera eccellenza multinazionale che resiste il passo del tempo. altro che buone intenzioni e felicità natalizia.

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  • giorgio.coen

    25 Dicembre 2016 - 11:11

    Il Foglio invita a celebrare ed a riconoscere la nascita del Gesù bambino come l’inizio della nostra civiltà che ha ispirato il nostro modo di pensare per millenni e rappresenta un traguardo pur significativo malgrado tante promesse tradite nelle attese di un mondo migliore. Per chi e’ stato sempre cosciente che la figura del piccolo nella culla rappresenta solo una tappa della diffusione della visione trascendente perche’ a conoscenza della Torah ovvero quella che i cristiani dicono essere la bibbia ebraica o antico testamento, vi e’ qualche difficoltà a riconoscere nel bimbo in culla un maestro del passato su cui si fonda l’insegnamento della fratellanza e dell’amore perche’ già proclamato e vissuto da millenni dal popolo ebraico e dalle genti a lui vicine. Non vi e’ quindi un immediato riconoscimento dei significati della culla mentre da ebrei si condivide i contenuti del bacino culturale a cui la nascita vuol fare riferimento. Nella coincidenza con la festa delle luci di Chanucca’

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