Favola (con un po’ di numeri) sull'autonomia a Milano

La Città opulenta, la Capitale, il Governatore e il Gran Sovrano. Allegoria referendaria

Allegoria referendaria

Angelo Inganni - Notturno di Piazza del Duomo a Milano

C’era una volta una Città maestosa e opulenta, situata nel cuore di un Regno circondato dalle acque. Una Città al centro delle vie di comunicazione fra Nord e Sud, scelta come Capitale. Una Città così bella da essere definita Città Eterna. Genti da ogni terra conosciuta accorrevano da sempre per ammirarla, una grande bellezza. Il Regno era governato da un Grande Sovrano, che risiedeva nella Capitale. Ai sudditi che risiedevano nella Capitale veniva però nascosta da tempo una scomoda verità: la bellezza affogava sotto un accumulo di cambiali e pagherò, al punto da veder maturati oltre 20 miliardi di debiti in moneta sonante. Il futuro della Città Eterna preoccupava molto il Grande Sovrano: egli era ormai consapevole che quel debito non sarebbe stato ripagato dalle decime raccolte all’interno delle mura: era necessario estendere far pagare per quel debito tutti i sudditi del Regno. Fra i maggiorenti delle Regioni del Nord, proprio sotto la grande barriera delle Montagne Bianche, viveva un Governatore, nominato dallo stesso Grande Sovrano, che usava dileggiare i suoi avversari politici nel nome di un millantato potere magico: grazie a lui e alla grande influenza esercitata sul Sovrano, la sua Regione del Nord avrebbe potuto trattenere il 75% delle decime pagate dai suoi sudditi, potendo così vivere lontana dalla Città Eterna, prosperando rigogliosa e autonoma dal resto del Regno.

   

Gli eventi però dispiegarono presto un’altra realtà. Gli emissari del Governatore della Regione del Nord furono convocati nella Capitale. Il Grande Sovrano voleva condividere con tutti i Governatori del Regno la sua decisione: il debito della Capitale sarebbe stato pagato anche dalle Regioni del Nord e del Sud con le decime raccolte dai loro sudditi. Il Governatore della Regione del Nord non osò contraddire il Grande Sovrano: balbettando, si limitò a confermare agli emissari l’approvazione della proposta, assicurando così che il debito accumulato dalla Capitale sarebbe stato pagato grazie alle decime di tutti i sudditi del Regno, compresi i suoi. Immediatamente, gli fu però chiaro che la promessa di trattenere il 75% delle decime nella Regione del Nord non sarebbe più stata mantenuta e questo era solo colpa sua. Quando i sudditi compresero quanto era accaduto nella Capitale rimasero sbigottiti: come era potuto accadere che il loro Governatore, l’uomo che aveva fatto del 75% delle decime trattenute un vessillo su cui celebrare i propri trionfi, su cui fondare il proprio governo, su cui costruire il suo consenso dei suoi sudditi, avesse ceduto senza batter ciglio alla richiesta del Grande Sovrano? Il Governatore mostrò insofferenza per la decisione presa. Non riusciva a sopportare il senso di colpa verso i suoi sudditi, al punto che un rimedio doveva essere trovato: qualcuno avrebbe dovuto condividere con lui la responsabilità di quella decisione e il conseguente senso di colpa. Si rivolse allora al suo Ciambellano. Pensa che ti ripensa, dopo molte riflessioni e notti insonni, il Ciambellano arrivò a proporgli una soluzione: sarebbero stati i sudditi stessi a condividere con lui responsabilità e scelte. Come avrebbero potuto i sudditi lasciar solo il loro Governatore! E poi lui non avrebbe dovuto decidere di trattenere il 75% delle decime senza consultarli: chiamarli a esprimersi sarebbe stata la soluzione.

   

Era ora che si desse fiato alle trombe, per bandire una nuova consultazione popolare. Il quesito proposto fu semplice: desiderate o sudditi trattenere il 75% delle decime pagate nel caso in cui Il Grande Sovrano non volesse destinarle alla copertura del debito della Capitale?

   

Il Sì della maggioranza dei sudditi avrebbe significato piena condivisione con l’operato del Governatore.

Non era strettamente necessario che fosse tutto chiaro ai sudditi, anzi mischiare fatti di ieri con le scelte dell’oggi non era poi un peccato così grave. Eppoi, da tempo ormai immemore grande era la confusione sotto il cielo.

Neanche a dirlo, la maggioranza dei sudditi si espresse positivamente: se il Grande Sovrano non avesse usato le loro decime per ripagare il debito della Capitale, il Governatore avrebbe potuto trattenere il 75% delle stesse. Fu così che il Grande Sovrano poté continuare a pagare il debito della Capitale grazie al contributo delle decime di tutti i sudditi del Regno, e il Governatore della Regione del Nord continuò a ripetere ai suoi sudditi che lui, come loro gli avevano indicato, avrebbe certamente chiesto di trattenere il 75% delle decime, ma proprio il Grande Sovrano aveva deciso di utilizzarle per ripagare il debito della Città Eterna, altrimenti…

I messi inviati nella Capitale dal Governatore non ebbero la forza di tornare nella Regione del Nord. Che fine abbiano fatto non è dato saperlo. Qualcuno narra che siano stati avvolti dalle acque all’attraversamento del fiume Po, sulla strada del ritorno.

Ma il Governatore continuò a vivere felice e contento.

   

P.S Ogni riferimento a fatti realmente accaduti dall’anno domini 2009 - Legge Roma Capitale - al 22 ottobre 2017 – Referendum per l’autonomia -, passando per la Campagna elettorale delle Regionali 2013 non è affatto casuale e questo mi basta per non delegare al Governatore della Regione del Nord nessuna altra decisione…

      

*Assessore al Bilancio e Demanio del Comune di Milano

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