L'insostenibile leggerezza dell'essere Aru

Al Tour de France il corridore sardo scatta ai 2.400 metri dall'arrivo in salita alla Planche des Belles Filles e vince lì dove Vincenzo Nibali si (ri)vestì di giallo nel 2014

L'insostenibile leggerezza dell'essere Aru

Foto LaPresse

I Vosgi sono confine. Geografico, limite est del suolo francese a contatto con Svizzera e Germania, ultimo baluardo tra due pianure infinite, e climatico, con i venti che creano uno strano intreccio di ricorrenze che portano le precipitazioni sul lato orientale, lasciando quasi a secco quella orientale. Sono scoperta. Perché tutto cambia nel giro di poche decine di chilometri: panorami e accenti. Spuntano fortezze e castelli, storie a volte francesi, molto spesso straniere. Sarà che è massiccio sperduto e poco conosciuto, sarà che anche il treno fatica ad arrivarci, sarà che è stato terreno di battaglia. D'indipendenza, poi prima e seconda guerra mondiale. E ciclistica: prima catena montuosa valicata dal Tour che era il 1905, che era Hippolyte Aucouturier in fuga solitaria. Poi la Grande Boucle scoprì Alpi e Pirenei e i Vosgi divennero contorno. Almeno sino alla scoperta della Planche des Belles Filles: era il 2012 e fu Chris Froome davanti a Bradley Wiggins. Il keniano britannico non aveva mai vinto in terra francese, riuscì a farcela nell'anno della consacrazione del suo capitano. Due anni dopo toccò a Vincenzo Nibali, seconda perla di quel suo Tour perfetto, dominato dalla seconda tappa in avanti. Ora una nuova pagina, che è altra scoperta, anche se non è assoluta, ma soltanto francese: Fabio Aru.

 

Mancavano duemilaquattrocento metri all'arrivo, ne mancavano poche centinaia alla fine del tratto più duro, quando una maglia tricolore appare dietro a quelle bianche della Sky, le affianca, le supera, si invola. Il suo è un volteggio leggero e vorticoso, un gioco di spalle e di anche e di gambe che roteano su pedivelle che sembrano meno faticose di quelle dei suoi avversari. Il sardo saluta gli avversari, ascende, lascia agli altri il peso della scalata. Aru è suono breve, che non dura nemmeno un allez dei tifosi a bordo strada, che scappa da rivali affamati e da un malessere ancora da decifrare fatto di attese, di rinunce, di perdite. Quella per la partenza dalla sua terra, la Sardegna per conquistare la Maglia Rosa, quella della centesima edizione; quella al Giro che doveva essere rinascita dopo la crisi dello scorso Tour; quella del suo amico e guida, Michele Scarponi, andatosene, e per sempre, troppo presto in una curva in una strada di Filottrano.

 

Aru è apnea e furore. Divora quei duemilacinquecento metri spinto da un compromesso di rabbia e disperazione, un sentimento complesso che sembra totalizzante, quasi inconcepibile. E' fuga, ma non solo. E' rincorsa, ma senza inseguimento, perché avanti a lui non c'è nessuno, solo pensieri da eliminare. Dietro provano a rientrare, ma invano. Prima di squadra, con la Sky davanti, poi di foga, con Simon Yates che prova l'assalto, infine di forza, con Chris Froome che prova una frullata e Richie Porte che prova a spianare la salita con il ritmo. Tutto invano.

In cima Fabio Aru appare. Ed è un déjà-vu. Un ritorno al 2014, stessa inquadratura, stessa testa che si gira a osservare il vuoto dietro le spalle. Allora era Vincenzo Nibali, oggi un ragazzo di ventisei anni con il busto da pollo, le gambe sottili e il fare da gran scalatore.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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