Il Giro d'Italia di Dumoulin e gli altri 99 in una sola borraccia

Domenica sotto le guglie del Duomo di Milano Tom Dumoulin ha finito di scrivere la centesima pagina della corsa rosa. Alle altre ci hanno pensato campioni e carneadi. E Bidon

Il Giro d'Italia di Dumoulin e gli altri 99 in una sola borraccia

Foto LaPresse

Quando alle 2,53 della notte del 13 maggio 1909 centoventisette uomini in bicicletta partirono dal rondò di Loreto a Milano verso Bologna, con davanti 397 chilometri da percorrere in un giorno e poi altri 2.050 da coprire a giorni alterni, per essere di nuovo a Milano il 30 maggio, in molti considerarono la cosa bizzarra, “una mattana che finirà non appena l’innamoramento per questo strano mezzo d’acciaio evaporerà”. Lo scrisse l’allora direttore del Messaggero Ottorino Raimondi l’indomani del passaggio da Roma. L’innamoramento non è passato, il Giro d’Italia ha compiuto domenica cento edizioni e centotto anni di vita.

 

Sotto le guglie del Duomo Tom Dumoulin ha finito di scrivere la centesima pagina di questo viaggio ultacentenario. L’ha scritta a cronometro, grazie a una prova eccezionale contro il tempo negli ultimi ventinove chilometri e spicci di questa edizione della corsa rosa: era quarto alla partenza, staccato di cinquantatré secondi da Nairo Quintana vestito di Rosa, è diventato capo classifica con trentuno di vantaggio sul colombiano e quaranta su Vincenzo Nibali. Ribaltone e successo. L’ha scritta primeggiando anche in salita, vincendo davanti al Santuario d’Oropa, resistendo sul Blockhaus, inseguendo sullo Stelvio, danzando verso Ortisei, resistendo verso il Piancavallo.

 

Tom Dumoulin è stato Bazooka e primattore, dominatore e thriller, lepre e segugio. Tom Dumoulin è stato primo e centesimo: primo olandese, centesimo nome e cognome nella spirale senza fine che è trofeo e tributo. Tom Dumoulin è stato Tom Dumoulin, unico nel suo modo, non novità, ma una mescolanza di stili in bicicletta che hanno fatto la storia del ciclismo, un miscuglio di passato ma rivolto al futuro, perché a ventisei anni e qualche mese di corse da vincere e imprese da realizzare e pagine da scrivere ne potrebbe avere ancora molte.

 

Le altre novantanove sono storia, sono fughe e volate, sono involate e imprese, sono salite e discese, sono casualità e dominio. Sono il Giro d’Italia in quanto corsa, in quanto sfida, in quanto raccolta, in quanto libro. Sono il Centogiro (Ediciclo editore, 254 pagine, 14,50 euro), sono Bidon, ossia Ciclismo allo stato liquido, ossia Francesco Bozzi, Filippo Cauz, Eugenio D’Alessio, Leonardo Piccione, Riccardo Spinelli, Angelo Trofa, più qualche ospite di bella scrittura e grande cultura ciclistica.

 

Novantanove storie (più una) del Giro d’Italia, ossia un percorso dalle origini alla contemporaneità, da Luigi Ganna a Vincenzo Nibali, anno dopo anno, allungo dopo allungo, successo dopo successo. Novantanove racconti che narrano uno dopo l’altro le edizioni che si sono susseguite tra biciclette in giro per l’Italia, tra vincitori con baffi con maglie di lana e sbarbati dai colori sgargianti ed elasticizzati. Non resoconto, romanzo in novantanove puntate, che parla di moschettieri e pirati, trombettieri e locomotive, aironi e cuorimatti. Dentro ci sono idoli e perfetti sconosciuti, ci sono arrembaggi e difese, c’è tutto il ciclismo che amiamo, il perché lo amiamo, il perché volenti o nolenti non ne possiamo fare a meno.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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