Un lobbista russo e i disastri comunicativi complicano il caso di Donald Jr.

C'è nuovo materiale per il procuratore speciale Robert Mueller e il suo team, e nuovi testimoni fra i funzionari della Casa Bianca che fino a pochi giorni fa non potevano legalmente essere ascoltati

Un lobbista russo e i disastri comunicativi complicano il caso di Donald Jr.

Donald Trump Jr. Foto AbacaPress

New York. Kellyanne Conway si presenta in televisione con dei ridicoli cartelli sulla “conclusion” dell’inchiesta che non porta, almeno per il momento, a una “collusion” e dice che gli standard dell’inchiesta sono stati cambiati in corsa, Donald Trump sull’Air Force One spiega che mica poteva fare a pugni con Putin per risolvere la differenza di vedute sulle interferenze elettorali, in Senato va in scena una lotta furibonda per trovare i voti che servono a seppellire l’Obamacare, ma nessuna distrazione riesce a scacciare il caso di Donald Jr. Dall’interno della Casa Bianca qualcuno lo descrive come “un colossale disastro di comunicazione”, ma è un understatment, perché il fatto di per sé grave di un incontro con quelli che credeva fossero emissari del Cremlino è reso ancora più compromettente da una serie di omissioni, dichiarazioni inaccorte e nuovi fatti che vengono a galla. Se quest’ultimo pezzo dello scandalo russo è il caso di un ragazzo sprovveduto circuito da forze più grandi di lui, la Casa Bianca sta facendo di tutto per far apparire il dolo.

  

L’ultimo tassello della storia è che nell’incontro con l’avvocatessa Natalia Veselnitskaya, a cui avevano partecipato anche Jared Kushner e Paul Manafort, allora manager della campagna elettorale, era presente anche un lobbista di nome Rinat Akhmetshin. Nelle dichiarazioni del figlio del presidente, nello scambio di email pubblicato in nome della “trasparenza” – questa è la via che suggerivano gli avvocati – e in quelle della Casa Bianca il nome di Akhmetshin non compare mai, ma è stato lui stesso a confermare la sua presenza al meeting della Trump Tower nel giugno del 2016, quello dove erano state promesse “informazioni sensibili” su Hillary Clinton provenienti niente meno che dal governo russo. Akhmetshin è un ex funzionario del controspionaggio sovietico riciclato nel mondo dei lobbisti dell’energia e non solo. Il suo nome compare in un fascicolo della procura di New York che risale al 2015, e nei documenti gli avvocati della compagnia russa International Mineral Resources lo accusano di avere violato diversi sistemi informatici per rubare e disseminare informazioni sensibili a danno dell’azienda. Altri documenti della procura di Washington lo accusano di aver condotto un’operazione di spionaggio industriale al soldo dell’oligarca Andrey Melnichenko, il nono uomo più ricco della Russia. La compagnia aggredita da questi attacchi informatici era talmente certa del coinvolgimento di Akhmetshin che lo ha fatto seguire da un investigatore privato, il quale ha dichiarato sotto giuramento di averlo sentito vantarsi, in un bar di Londra, di “essere stato assunto per fare certe cose che gli avvocati non potevano fare”. Con un profilo del genere, non è difficile capire perché finora Donald Jr. e le varie squadre di avvocati coinvolti nel caso si sono ben guardati dallo svelare la sua presenza nell’incontro più chiacchierato della campagna. Si tratta comunque di nuovo materiale per il procuratore speciale Robert Mueller e il suo team. Il giovane Donald testimonierà sul caso?, hanno chiesto i cronisti al presidente sul volo di ritorno dalla Francia. “Se vuole, sì”, ha tagliato corto Trump.

  

Mueller potrà anche fare affidamento su diversi testimoni fra i funzionari della Casa Bianca che fino a pochi giorni fa non potevano legalmente essere ascoltati. Chi ha fornito dichiarazioni pubbliche per difendere l’operato dell’Amministrazione o respingere le accuse si è messo nella condizione di essere coinvolto nel caso e sentito dagli inquirenti, una notevole conseguenza involontaria per la Casa Bianca, che era partita ad affrontare il caso con una linea inaspettatamente morbida. Ma non passa giorno senza che emerga un nuovo dettaglio compromettente che smentisce tutte le versioni difensive e inchioda il primogenito di Trump. Il clima di incontrollata, folle frenesia è tutto nella serie di infuocate email che uno degli avvocati di Trump ha mandato a una persona che gli ha inviato una lettera di critiche: “Guardati le spalle, so dove abiti”.

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