Il pasticcio insolubile di Donald Jr. inchioda Trump al suo familismo amorale

Trump ha impostato tutta la presidenza sul perno della famiglia, unico garante del valore supremo, la fedeltà. Il dramma di non poter licenziare un figlio

Il pasticcio insolubile di Donald Jr. inchioda Trump al suo familismo amorale

Foto LaPresse

New York. Il dramma di Donald Trump è che i figli non si possono licenziare. Da molto prima dei tempi di The Apprentice, dove la cacciata del concorrente sublimava in tormentone, il vecchio tycoon sa che il licenziamento è un metodo di lavoro, forse uno stile di vita. Da presidente lo ha usato per arginare i problemi prima che diventassero disastri e per punire i servitori dello stato riottosi che non giuravano fedeltà al sire. Michael Flynn, invischiato com’era negli affari russi, è stato arginato con un’operazione di damage control che Trump aveva già testato su Paul Manafort, manager della campagna allontanato per i troppi e troppo oscuri rapporti con il Cremlino.

 

Ma ora che a combinare guai è Donald Jr., che si fa? Che può fare il presidente? Un figlio non lo puoi mica licenziare, soprattutto se non lo hai mai assunto. Non ci vuole uno psicoterapeuta junghiano per capire per quale dei figli adulti Trump abbia una predilezione e quale goda della sua fiducia totale, anche in politica.

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Ivanka ha inaugurato la figura della first daughter, stradomina la vita della Casa Bianca, mette il naso su qualunque dossier, fa e disfa, partecipa ai meeting con i capi di stato e se necessario prende il posto del padre al consesso del G20 con un vestito rosa confetto, cosa che peraltro ha mandato in bestia qualche femminista (Joan Walsh ha detto che l’abbigliamento era “ornamentale”, segno di una “società patriarcale e autoritaria dove le figlie sono proprietà dei padri”). Ivanka è il cuore di papà, può fare tutto ciò che vuole, anche andare sorridente al consesso degli straricchi dell’Idaho con Jared e figli mentre la Casa Bianca è in fiamme per lo scandalo di famiglia. Se ogni tanto anche lei perde qualche battaglia, come nel caso dell’accordo di Parigi, è perché a Steve Bannon ogni tanto va dato un osso da sgranocchiare.

 

Donald Jr. ed Eric, gli altri due figli del primo matrimonio con Ivana, hanno ricevuto le redini del business di famiglia, non un riconoscimento di poco conto, ma vivono ai margini della vita presidenziale, il che è già un giudizio lapidario per il più familista dei presidenti dai tempi di Kennedy. All’occasione Donald Jr. è stato assoldato per trollare su Twitter durante qualche evento in diretta – la testimonianza di James Comey, ad esempio – ma la scelta è soltanto dovuta all’assenza di altri pretoriani senza titoli formali. Donald li ha messi garbatamente in condizione di non nuocere, ma loro sono riusciti ugualmente a sorprenderlo.

 

Trump ha impostato tutta la presidenza sul perno della famiglia, unico garante del valore supremo, la fedeltà. Solo i legami di sangue offrono l’incondizionata, imperitura certezza della lealtà, e in un mondo fatto a suo modo di onore e clientele come quello dei Trump non c’è nulla di più importante. Specialmente quando si scopre che è stranamente complicato ottenere lo stesso tipo di fedeltà dal capo dell’Fbi. Epperò a fronte di tutta questa amorale protezione, Donald Jr. l’ha fatta grossa con le mail ai faccendieri implicati con il Cremlino, e hai voglia a spiegare che il ragazzo è giovane e sprovveduto, quindi innocente, ma poi? Non gli si può dire “you’re fired!”, pena la violazione della regola “family first”, che è il vero motto scritto sulla bandiera americana. I ranghi di famiglia si sono subito serrati, Eric ha twittato il grido di battaglia identitario, pieno di maiuscole: “Questo è esattamente il motivo per cui attaccano ferocemente la nostra famiglia! Non possono sopportare che siano così uniti e che ci sosterremo per sempre a vicenda”. Il vincolo dello ius sanguinis vince su ogni cosa ma ci sono delle volte in cui anche il buon sangue mente, e se mente con qualche conoscente di Putin finisce che papà rischia l’impeachment, con la conseguente onta dello sfratto.

 

La verità è che Don è da sempre l’outsider di famiglia. Da ragazzo amava stare in Cecoslovacchia d’estate con il nonno a caccia nei boschi, girare per i Catskills con i pescatori locali che non leggono i tabloid, ha bighellonato per un anno e mezzo in Colorado dopo la laurea prima di decidersi a entrare nell’azienda di famiglia. Forse non avrebbe mai voluto fare tutto questo. Ma il papà non poteva licenziarlo, e lui non poteva dimettersi.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    14 Luglio 2017 - 10:10

    Mattia continua a pestare ossessivamente il caapoccione di Trump ma il risultato è sempre zero. Ogni giorno The Donald diviene sempre la più grande attrazione planetaria.

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  • carlo schieppati

    14 Luglio 2017 - 09:09

    Allora: pare che questa Veselnitskaya fosse al soldo di una agenzia che lavorava per le lobbies anti Trunp, la Fusion GPS grazie alla quale ha potuto ottenere il visto per entrare in America. Di certo c'è postata sul suo profilo facebook una foto del senatore McCain (un "nazista dell'Illinois") da lei scattata nel suo studio nel dicembre 2015. Immaginare il Russiagate come un'operazione ordita dal sistema dei media e dell' establishment anti-Trump rende il tutto più comprensibile. Quello di "familismo amorale" è un concetto elaborato dal quel cretino di Banfield e che però è penetrato tanto da indirizzare l'approccio delle politiche americane nel Medio Oriente con i risultati che si sono visti. Per il resto è sempre un bene "mandare in bestia qualche femminista.

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