Lula non molla e si candida per il 2018. I guai del suo partito

"Dal punto di vista politico, la condanna colpisce il suo prestigio e la sua popolarità. Ancora non sappiamo a che condizioni", ci spiega Maria Herminia Tavares de Almeida, uno dei più noti politologi del Brasile

Lula non molla e si candida per il 2018. I guai del suo partito

L'ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva (foto LaPresse)

Roma. “Il problema del Pt è che si è appiattito sull’immagine di Lula e non ha cercato di rinnovare la leadership del partito. Dopo l’impeachment di Dilma ha assunto una posizione difensiva, promettendo il ritorno di Lula nella gloria. Se lo perde in piena contesa elettorale si troverebbe in una situazione molto difficile in vista delle elezioni del prossimo anno”. Ordinaria di Scienza politica all’Università di San Paolo, ricercatrice al centro studi Cebrap e uno dei più noti politologi del Brasile, Maria Herminia Tavares de Almeida non si riconosce in coloro che in questo momento stanno facendo festa per la condanna di Lula, che ha innescato anche uno spettacolare rialzo in Borsa. Come spiega al Foglio, “probabilmente è ancora presto per stabilire quale sarà il giudizio finale della storia su Lula. Ma questa condanna non può oscurare i progressi sociali che il Brasile ha conosciuto durante i suoi otto anni di governo. Si è ridotta la povertà, si sono ridotte le diseguaglianze di reddito, è migliorato l’accesso all’istruzione, è diminuita la diseguaglianza tra i bianchi e i neri e mulatti. Oltre a ciò, Lula è stato il primo presidente di origine popolare ed è arrivato al potere grazie a un partito di tipo socialdemocratico”.

 

Ma non la convince la risposta del Pt, con Dilma Rousseff che grida alla congiura, il sindacato Cut che convoca i militanti in piazza contro i giudici, lo stesso Lula che annuncia un melodrammatico appello all’Onu e che anzi si presenta in pubblico e dichiara che si candiderà eccome il prossimo anno. Sarà semmai il giudice Sergio Moro a “perdere la faccia”, sarà lui “a dover fare i conti con la storia”, e chi pensa che la condanna a nove anni e mezzo sia un’eliminazione sappia “che io resto in gioco”, ha detto Lula. Ma la politologa commenta: “Che Lula abbia praticato e sia stato connivente con la corruzione è un disastro per la sinistra brasiliana e per tutti coloro che vorrebbero un Brasile più giusto e meno diseguale. Ma Lula è davvero finito, o come sostiene lui è ancora in gioco? “Dal punto di vista giuridico ha sicuramente la possibilità di fare ricorso a istanze superiori. Dal punto di vista politico, però, la condanna colpisce il suo prestigio e la sua popolarità. Ancora non sappiamo a che condizioni”.

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Intanto anche il presidente Temer sembra sulla strada della destituzione. “Ritengo estremamente difficile che possa mantenersi al potere fino alle elezioni del 2018 – dice Tavares de Almeida – La condanna di Lula conferma che la Operação Lava Jato non si fermerà”. Eppure in questi ultimi sussulti Temer è riuscito a varare un’importante riforma del mercato del lavoro, anche se il giudizio su di essa è controverso: strumento indispensabile per la modernizzazione o violazione dei diritti dei lavoratori? “Entrambe le cose allo stesso tempo. Una qualche riforma era necessaria, ma ci sono aspetti che implicano una perdita per lavoratori e sindacati. Peraltro in Brasile è molto alta la percentuale di coloro che fanno lavori informali”.

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Quale potrà essere l’impatto della condanna di Lula sulla crisi politica e economica del Brasile? “Piccolo: in realtà era già prevista. L’impatto sarà grande per il Pt, che si è preparato per lanciare Lula candidato a presidente e crede, a mio giudizio in maniera non corretta, che possa vincere. In corsa c’è ancora Marina Silva, la “sopravvissuta” tra i candidati del 2014, “ma il Psdb avrà un candidato: probabilmente il governatore Geraldo Alckimin”. E ce ne saranno altri, non è certo questo il problema del Brasile. Lula si attacca caparbio alla propria popolarità e anzi rilancia contro il giudice Moro, rilanciando la rivaltà che potrebbe essere anche elettorale – s’è favoleggiato molto sui desideri politici del giudice – e dicendo: un’elezione in cui io non sono candidato è una frode.

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