Prove di collusione russa, via email

Donald jr Trump tramava contro Hillary con presunti emissari di Putin. Era un bluff, ma lui doveva andare all’Fbi

Mattia Ferraresi

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Prove di collusione russa, via email

Vladimir Putin con Donald Trump (foto LaPresse)

New York. “If it’s what you say I love it” è la frase delle email Donald Trump Jr. che più facilmente penetra nei titoli sulla nuova ramificazione dello scandalo russo, ma non è la più importante. Non c’è nulla di nuovo o strano nel figlio primogenito e consigliere di un candidato che gongola alla prospettiva di informazioni che possono incriminare l’avversario, e per quanto suoni cinico letto a posteriori in uno scambio di email, l’idea di aspettare il momento giusto (“later in the summer”) per massimizzare l’impatto politico delle presunte notizie è ciò che si fa normalmente in campagna elettorale. La frase più importante è un’altra: “Queste sono ovviamente informazioni di alto livello e sensibili ma è parte della Russia e del sostegno del governo russo per Trump”. A scrivere queste cose era Rob Goldstone, ex giornalista di tabloid britannico e personaggio che nella grande commedia degli uomini di mondo non può che essere affiliato alla famiglia Trump. Attraverso una lunga e variopinta catena di intermediari, Goldstone proponeva al ragazzo informazioni esplosive che venivano direttamente dal governo russo. La provenienza del materiale è tutto in questa vicenda, perché una cosa è la spericolata ma legittima ricerca di scheletri negli armadi di Hillary, un’altra è l’intervento di un governo straniero nell’elezione del presidente degli Stati Uniti. Questo avrebbe dovuto far suonare un campanello nella mente di Donald Jr., e quel campanello doveva portarlo dritto all’Fbi a denunciare l’offerta ricevuta da sedicenti esponenti o affiliati del Cremlino. Ma non ha fatto nulla. Quando nel 2000 un consigliere di Al Gore ha ricevuto un video con materiale riservato sulla preparazione dei dibattiti di Bush, lo ha subito dato agli agenti federali, e in quel caso non c’erano nemmeno segnali che provenisse da un governo straniero ansioso di interferire con le elezioni. In questo caso la provenienza invece è esplicita, o almeno è millantata come tale.

  

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Ora il giovane Don si difende dicendo che pensava fosse soltanto “political opposition research”, materiale valido per danneggiare l’avversario, e che infine tutto si è concluso con un grande bluff. L’avvocatessa che ha incontrato insieme ai distratti Paul Manafort e Jared Kushner non aveva niente in mano e non era legata al Cremlino, quindi, ragiona il primogenito, non c’è niente da vedere. Il problema è che il primogenito di Trump non ha battuto ciglio e anzi ha incoraggiato e organizzato un incontro che si presentava esplicitamente, nero su bianco, ispirato o sostenuto dal governo di Mosca. E questo vale anche se poi quello che ne è risultato è un meeting con un’avvocatessa senza legami con il Cremlino che voleva parlare del programma di adozioni sospeso in risposta al Magnitsky Act. Viene alla mente la giustificazione usata da Manafort durante la campagna per spiegare che navigando nel mare della politica è possibile incappare in agenti e spie: “Non è che questa gente indossa un distintivo che dice ‘sono un funzionario dell’intelligence russa’”. Non aveva il distintivo, ma c’era un losco mediatore britannico, di cui Donald Jr. si fidava, a certificare via email la collusione a monte.

 

Certo, la qualità degli intermediari nel caso che ha investito il figlio del presidente fa domandare dove si situi la linea che separa l’idiozia dalla collusione. Ricapitoliamo i passaggi: Don ha organizzato un incontro alla Trump Tower con un’avvocatessa russa suggerito da un pierre inglese, segnalata da un cantante pop azero figlio di palazzinari attivi a Mosca con cui il giovane Trump era diventato amico durante un concorso di bellezza in Russia nel 2013. Aras Agalarov, il padre del cantante che in passato aveva avuto contatti con la famiglia Trump, aveva avuto voce di queste presunte informazioni che avrebbero incriminato Hillary da un “crown prosecutor”, ovvero il procuratore generale, Yury Chaika, potentissimo burocrate protetto da Vladimir Putin finito in varie turbolenze soprattutto a causa del figlio, che ha legami con le peggiori bande criminali del paese. In questa storia sono le colpe dei figli a ricadere sui padri.

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  • adebenedetti

    12 Luglio 2017 - 19:07

    Perche` non parla mai degli incontri tra esponenti del governo Ucraino (diplomatici, ecc. ecc)e la campagna dei Clinton pre fregare TRUMP?

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  • guido.valota

    12 Luglio 2017 - 00:12

    Qualis pater talis filius.

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  • carlo schieppati

    11 Luglio 2017 - 23:11

    "L’avvocatessa che ha incontrato insieme ai distratti Paul Manafort e Jared Kushner non aveva niente in mano e non era legata al Cremlino, quindi, ragiona il primogenito, non c’è niente da vedere"; "anche se poi quello che ne è risultato è un meeting con un’avvocatessa senza legami con il Cremlino che voleva parlare del programma di adozioni sospeso in risposta al Magnitsky Act". Ma siamo finiti su Novella 2000? Certo, non lo nego, la presenza di un "cantante pop azero" rende il tutto molto inquietante.... ("pop"? Ma in Russia non c'erano i Pope?

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  • adebenedetti

    11 Luglio 2017 - 22:10

    Lei che e` sempre cosi` bene informato grazie al Fatto Quotidiano americano,parlo del NYT, sembra che la famosa avvocatessa russa non avesse il visto in regola per gli Stati Uniti dove doveva venire a cospirare secondo la fonte,piu` o meno misteriosa,del Fatto americano che pero` tace su questo particolare. Sarebbe interessante se lei potesse individuare quale fu ,nell`amministrazione Obama, il dicastero che diede l`autorizzazione alla "spia russa" di entrare negli Stati Uniti e di cospirare. Io forse verro` a saperlo ma penso tanto che non sara` lei a riferirlo.

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    • carlo schieppati

      12 Luglio 2017 - 09:09

      Eh, ma gli hacker russi erano all'opera già allora. Che cinema!

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