Il medio oriente sta diventando un affare privato di due millennial rivali

Il principe saudita, l'emiro del Qatar e i loro intrecci

Il medio oriente sta diventando un affare privato di due millennial rivali

Mohammed bin Salman e Tamim bin Hamad al-Thani

Milano. L’ambizione non manca ai due. Uno vuole diventare re, piazzandosi sul trono del padre. L’altro vuole fare il re, avere un posto nella regione che non sia subordinato alla volontà dei vicini di casa. La crisi del Golfo, quella che da settimane vede Arabia saudita ed Emirati arabi schierati contro il piccolo Qatar, può essere letta anche come una rivalità tra millennials con ingombranti aspirazioni: il neoerede al trono saudita, il 31enne Mohammed bin Salman (MbS), e l’emiro del Qatar, sheikh Tamim bin Hamad al-Thani, 37 anni.

 

Vista dagli occhi dei giovani, la frattura di un medio oriente sempre più inquieto è tutta questione di colpi messi a segno nel tentativo di espandere la propria influenza nella regione. E in questa direzione ieri è stato decisamente il giorno di Mohammed bin Salman. Nonostante il suo instancabile attivismo degli ultimi mesi, e benché sia ministro della Difesa e gestisca il dossier economico del regno saudita, MbS era soltanto numero due nella linea di successione al trono del padre Salman. Da ieri, e dopo mesi che quando si dice Arabia Saudita compare la sua immagine, il figlio sgomitone ha silurato con l’aiuto del padre il finora erede al trono. L’ex potentissimo ministro dell’Interno Mohammed bin Nayef, per anni l’occhio e l’orecchio dell’America nel grande medio oriente, era ormai da tempo scomparso, rimpicciolito dalla industriosa attività, non sempre funzionale, di MbS.

 

Se Tamim nel 2013, quando aveva 33 anni, è diventato il più giovane regnante di un Golfo governato da vecchi emiri e sultani, Bin Salman potrebbe diventare il più giovane sovrano del regno dei Saud. Il padre Salman ha 81 anni e la sua salute si sta deteriorando. Intanto MbS si muove in tutte le direzioni possibili. C’è lui dietro la (zoppicante) campagna militare in Yemen, contro un gruppo legato all’Iran sciita, considerato da MbS l’arcinemico dell’Arabia Saudita. C’è lui dietro il piano Vision 2030 che vuole sganciare il regno dalla dipendenza petrolifera e introdurre anche riforme sociali in una nazione ultraconservatrice. Ma c’è un terzo incomodo dietro la spinta contro il Qatar e in questa storia di rivalità tra rampolli di regni da decenni su fronti opposti della politica regionale: il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed (MbZ). Più anziano del principe saudita, bin Zayed, potente guida degli Emirati, è un po’ il maestro di MbS. Anti islamista, convinto dopo le rivolte arabe del 2011 che i Fratelli musulmani in ascesa in Egitto e Libia potessero rafforzarsi nella sua Federazione e decretarne il collasso, bin Zayed non può sopportare la politica del Qatar: il sostegno alla Fratellanza, i legami con l’Iran, la copertura degli affari regionali da parte della controversa rete satellitare al Jazeera. La sua crescente alleanza con MbS, cui ha aperto le porte dell’Amministrazione americana con la sua rete di contatti oltre Oceano, si è rafforzata grazie alla comune antipatia per il Qatar.

 

L’avvicinamento al trono di Mohammed bin Salman mette quindi due visioni del medio oriente l’una contro l’altra nella persona dei due giovani leader, l’erede al trono e l’emiro che vuole continuare l’operazione portata avanti dal padre: sganciarsi dall’ombra pesante di Riad. Tamim, salito al trono nel 2013, aveva sollevato le aspettative degli altri paesi del Golfo: sarebbe stato, avevano pensato i leader della regione, più incline al compromesso e più docile, viste la sua inesperienza e giovane età. Che non sarebbe andata così lo hanno capito subito in molti quando, nel 2013, dopo la caduta del presidente egiziano della Fratellanza musulmana, Mohammed Morsi, Doha è diventata immediatamente porto franco per i vertici islamisti (nel 2014, a molti di questi leader è stato chiesto di lasciare il paese, e sono ora in Turchia). Tamim, lo sheikh che gioca a badminton e che è stato scelto dai lettori dell’Ahram egiziano come personalità sportiva araba nel 2006, prima che il Qatar si aggiudicasse i mondiali di calcio del 2022, non ha ancora parlato alla nazione o rilasciato dichiarazioni pubbliche dall’inizio della crisi. Il suo emirato, paese con il maggior reddito pro capite al mondo, il doppio dell’Arabia Saudita, non sembra però per ora dare segni di cedimento, né economico né politico. La sfida con Riad e con il suo infaticabile erede al trono appare destinata a continuare a lungo.

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