Chi è Ruth Davidson, la nuova "regina di Scozia" che May dovrà ascoltare

Nel disastro elettorale dei Tory, l'unico successo è il risultato enorme portato a casa dalla Davidson, l'anti-indipendentista che qualcuno dipinge come il futuro del partito

Chi è Ruth Davidson, la nuova "regina di Scozia" che May dovrà ascoltare

Ruth Davidson (foto LaPresse)

Londra. Poche cose al mondo vanno veloci quanto gli scambi di battute al Parlamento scozzese quando la conservatrice Ruth Davidson, l’indipendentista Nicola Sturgeon e la laburista Kezia Dugdale stanno litigando su qualcosa: agguerrite, concise ed efficaci, i loro dibattiti sono uno dei grandi spettacoli della democrazia britannica. Ma se fino a giovedì notte era la Sturgeon a menare le danze con il suo indipendentismo dispettoso e i suoi consensi nordcoreani, la catastrofe elettorale dei Tory, guidati da una Theresa May ancora più legnosa del solito, ha avuto come unico punto di luce e speranza il risultato enorme portato a casa dalla Davidson. Laddove dal 2001 in poi in Scozia ce n’era stato sempre e soltanto uno di seggio Tory, stavolta ne sono stati conquistati tredici, tra cui due scalpi di grande valore come quello dell’ex leader SNP Alex Salmond – "mio amico e mentore per trent’anni, un gigante della politica scozzese", secondo un’addolorata Sturgeon – e quello del capogruppo a Westminster, il capace Angus Robertson. "Non avevo mai visto un giorno così bello e così brutto allo stesso tempo", dice una delle tre streghe di Macbeth, e potrebbe dirlo anche la trentottenne Ruth, coperta di elogi per il suo fiuto politico, per la fulminante bravura e per la passione con cui ha resuscitato un partito che di quei tredici seggi avrà un bisogno disperato. Ma non è deputata nazionale e i numerosi appelli a sostituire alla figura ormai opaca della May quella fresca e energica della Davidson non possono avere seguito. Chissà se le dispiace.

 

La vittoria di Pirro di May. Che ora rischia di perdere tutto

I conservatori non raggiungono la maggioranza assoluta. Il premier assicura: “Garantiremo stabilità”. Ma i suoi rivali, Boris Johnson in testa, sono già pronti a prendere il suo posto a Downing Street 

 

Anche se con 35 seggi lo Scottish National Party è rimasto di gran lunga il primo partito, i 56 seggi su 59 che aveva ottenuto nel 2015 sembrano solo un ricordo. Oltre alla caccia grossa di Ruth, il Labour di Jeremy Corbyn è riuscito a passare da uno a sette seggi, pare grazie al suo appeal di leader e non alla tenacia della Dugdale, fervente unionista e omosessuale come la Davidson, ma lontana da lei su tutto il resto. Il referendum sull’indipendenza è stato uno dei fattori principali dell’indebolimento di Snp, tanto che la Sturgeon è andata a casa a riflettere su cosa fare di quel 45 per cento che la secessione da Londra dice di volerla ma che, come dimostrato nel settembre del 2014, non sarà mai maggioranza. Dalla campagna elettorale a nord del vallo di Adriano giungono voci di cittadini nauseati da questo moltiplicarsi di voti e decisi a non dover mettere ancora una volta a repentaglio mesi di vita politica per l’ennesima scommessa destabilizzante e, come sanno bene David Cameron e la May, controproducente. "IndyRef 2 (il secondo referendum sull’indipendenza, ndr) è morto nell’acqua", ha sintetizzato Ruth.

 

"La Scozia non è lo Scottish National Party" è un tipico grido di battaglia della Davidson, che oggi i giornali chiamano "Ruth Queen of Scots" e che a sei anni dalla sua nomina a leader locale ha regalato l’unica buona notizia della giornata ai conservatori, che un tempo erano rari come i panda a quelle latitudini. Già l’anno scorso era diventata una stella a livello nazionale quando si era spesa anima e corpo, con la sua parlantina energica e schietta, a favore del remain al referendum sulla Brexit, tenendo testa a oratori infidi come Boris Johnson con i suoi argomenti tutti pragmatismo e solido senso di un futuro tutto da costruire. E vedere questa ragazzona working class, ex giornalista della Bbc e appassionata di kickboxing, che si avventura con disinvoltura su terreni pericolosi per una Tory come il mercato interno – nel quale vorrebbe che il Regno Unito rimanesse anche a costo di perdere il controllo sull’immigrazione – fa pensare che forse c’è un modo per aggirare le frange più retrive del partito, come avvenuto alla May.

 

Una che si è allenata dibattendo con Nicola Sturgeon – l’ha pure definita "una contaballe" – non può non avere le spalle larghe e con la rivale ha quella stessa passione della politica che è innanzi tutto amministrazione e che la porta a farsi selfie mentre fa campagna sotto la pioggia con il giaccone sportivo dai colori allegri. I critici dicono che è dal 2013 che non riceve la gente della sua circoscrizione di Glasgow e le attribuiscono tutti i difetti di un’esponente del "nasty party", il partito cattivo, favorevole all’ergastolo e alle pene più severe, a meno spesa e meno tasse. Ma quando vince e ride forte, gongola ed è se stessa, tuonando in quel suo modo diretto che "certa gente non vuole donne forti sul palco, non vuole donne forti al governo", quando parla dei terroristi, il suo conservatorismo moderno e moderato, ottimista e convincente sembra una delle poche vie d’uscita per un partito che ha assistito al secondo suicidio politico in meno di un anno. Quando la May è andata a fare campagna dalle sue parti, la Davidson l’ha spalleggiata e ha cercato anche di infonderle un po’ di verve. Poi, quando ha detto che votando Theresa si sarebbe "reso il Regno Unito di nuovo grande", qualcuno ha notato una gaffe. Altri solo un po’ di perfidia da politica vera. 

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