Le ginocchia sul divano

Mettersi troppo comodi nello Studio Ovale per distruggere l’aura divina della presidenza. Breve psicanalisi dello scandalo fotografico di Kellyanne Conway

Mattia Ferraresi

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Le ginocchia sul divano

Kellyanne Conway nello studio ovale

Kellyanne Conway attira critiche quando su un divano ci sta seduta composta senza dire nulla, figurarsi quando ci si inginocchia, per giunta con le scarpe. In un mondo normale, un undicenne che si sollazza in quella posa davanti agli ospiti dovrebbe beccarsi un’ammonizione, nel mondo della regalità britannica tanto ammirata dalla madre scozzese di Donald Trump si provvederebbe a qualche forma di scomunica, con perdita immediata del diritto di successione. Kate Middleton non accavalla mai le gambe, le inclina soltanto da un lato tenendo sempre le ginocchia ben incollate, secondo lo stile “da duchessa” che è il gold standard del galateo della seduta. Kellyanne è la sua nemesi americana.

 

Quello dove la consigliera di Trump se ne sta a suo agio è il divano dello Studio Ovale, quindi la faccenda si carica dell’aggravante istituzionale. Mettiamoci poi che la Conway è colta nell’atto di scattare e guardare compiaciuta fotografie sullo smartphone degli insegnanti delle università afroamericane ricevuti dal presidente, ed ecco che la circostanza si vela di un certo sottofondo razzista, e il contrasto fra la fin troppo confortevole consigliera e gli accademici inevitabilmente a disagio genera mostri e retropensieri. La polemica sarà anche “incredibilmente scema”, come ha scritto Chris Cillizza del Washington Post, spiegando ai suoi colleghi liberal che concentrasi sul dito di una foto distrae dalla luna dei disastri che l’Amministrazione sta combinando, ma è il risultato inevitabile di un clima in cui ogni dettaglio è rivestito di un simbolismo esagerato e ogni trama può essere sovrapposta alla saga del trumpismo. La vittoria del Super Bowl in rimonta da parte dei Patriots è un gesto politico.

 

La notte degli Oscar è un lungo comizio concluso con una fake news. La sesta stagione di “Homeland” è la guerra fra l’intelligence e la Casa Bianca. E così via. Le osservazioni indignate di quelli che rimproverano a Conway la totale mancanza di decoro presidenziale ha scatenato reazioni che nel vocabolario della cremlinologia vengono rubricate sotto il nome di “whataboutism”: quando si viene accusati di un errore o una mancanza, subito si punta il dito contro le manchevolezze ben più gravi dell’avversario, con la formula “what about?”. Così nella galassia filotrumpiana sono subito riapparse le foto di Obama con i piedi appoggiati sul “resolute desk” e circondato dai suoi pretoriani sghignazzati, per non dire poi dei sigari di Bill Clinton, dei quali fortunatamente non abbiamo testimonianze fotografiche: non hanno forse mancato di rispetto al loro paese, a chi li ha preceduti, al popolo che ha dato loro l’incarico più oneroso del mondo? Perché prendersela tanto con Kellyanne, che in modo innocente sta cercando la posizione giusta per scattare delle foto? In fondo, l’informalità e il disprezzo per i protocolli e le usanze del vecchio mondo ingessato sono la linfa vitale della democrazia americana.

 

Ciò che nel vecchio mondo è proibito in nome della tradizione, in America è concesso in nome della libertà. Qualche anno fa un’azienda di storage famosa per le sue sagaci campagne pubblicitarie aveva tappezzato New York con l’immagine di un uomo roso da un dubbio: in una mano aveva un bicchiere pieno di ghiaccio, nell’altra una bottiglia di vino rosso. Lo slogan recitava: “Siamo in America, si può fare!”. Ma lo scandalo “incredibilmente scemo” delle ginocchia di Kellyanne non è soltanto un pro memoria degli effetti collaterali della “land of the free”, è una rappresentazione visiva della distruzione del culto presidenziale. Nel programma inafferrabile di Trump c’è un sottoprogramma implicito che ha a che fare con il ridimensionamento del carattere sacro dell’ufficio del presidente. Trump, Steve Bannon, Conway e gli altri non sono alla Casa Bianca soltanto per governare, ma per buttare giù la presidenza dal piedistallo delle aspettative escatologiche, dal messianismo obamiano, dalla liturgia della religione civile americana. Quello dove si svolge la scena è soltanto uno studio, le ginocchia sono poggiate soltanto su un divano.

 

Il politologo Clinton Rossiter diceva che il presidente doveva essere, fra le altre cose, “leader del mondo”, “protettore della pace”, “legislatore in capo”, “gestore della prosperità” e “voce del popolo”, una combinazione di attributi che porta il leader a pochi centimetri dall’onnipotenza divina. Le foto di Kellyanne che fa foto con il cellulare sono umane, troppo umane, e il loro potenziale distruttivo sembra quasi costruito e messo in scena da un occhio cinematografico. Bannon, tanto per dire, è arrivato alla politica dopo una carriera fra Hollywood e i media. La gioviale Conway che si mette comoda sul divano del potere forse dovrebbe stare attenta, però, a far passare il messaggio giusto agli americani. In un’intervista a Fox, Trump si è dato il voto A+ per l’impegno profuso, A per il risultati e un modesto C o C+ per come queste cose sono state comunicate: “Ho fatto grandi cose, ma penso che io e il mio team non abbiamo fatto abbastanza per spiegarlo al popolo americano”.

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Commenti all'articolo

  • gianni.rapetti

    01 Marzo 2017 - 15:03

    L'avesse fatto una collaboratrice di Obama ora tutta Hollywood si farebbe selfie in quella posa sul divano di casa.

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  • adebenedetti

    28 Febbraio 2017 - 21:09

    CVD (come volevasi dimostrare) Il PUPPET del NYT ha ancora una volta colpito.

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