Globalismo tedesco

Del vituperato export di Berlino si avvantaggiano anche le (non poche) imprese italiane in Germania

Globalismo tedesco

Il veliero russo Kreuzenstern arriva al terminal container a Bremerhaven, in Germania, durante il festival Windjammer "Sail 2010" (foto LaPresse)

L’immagine della Germania mercantilista che cresce grazie a un export predatorio ai danni degli altri paesi del continente – in particolare quelli mediterranei – è molto in voga nella cronaca e nel dibattito politico italiano. Basti pensare che anche l’ex presidente del Consiglio e leader del Partito democratico, Matteo Renzi, nel suo ultimo libro “Avanti!”, lo ha indicato come uno dei principali problemi di politica economica da affrontare in sede europea. Una riduzione del surplus commerciale tedesco attraverso una politica nazionale di rilancio degli investimenti pubblici e privati non sarebbe utile soltanto per aumentare i consumi interni e per rinnovare scuole, strade e infrastrutture pubbliche della Repubblica federale, ma consentirebbe allo stesso tempo di spingere le economie con cui la Germania ha un maggiore interscambio commerciale, tra le quali figura proprio l’Italia. Questo, almeno, in teoria. Perché in pratica le cose sono molto più complicate.

 

Per importare di più in Germania non basta che il governo federale tedesco si convinca della necessità di uno stimolo del genere, ma è necessario che le imprese italiane vincano le commesse all’estero ovvero siano sufficientemente appetibili per il mercato tedesco. I dati disponibili ci dicono, tuttavia, che le pmi italiane, una realtà numericamente molto significativa nel nostro paese, sono appena a metà del guado. Indagini condotte dal gruppo UPS nel 2015 e nel 2016 rivelano che le imprese italiane fino a 250 dipendenti sono, infatti, assai più indietro rispetto alle concorrenti europee, in particolare alle cugine francesi, quando si tratta di aprirsi ai mercati esteri: nel 2016 appena il 15 percento delle pmi dichiarava di esportare all’estero. Il trend pare, comunque, in crescita. Un rallentamento dell’export tedesco nel settore automobilistico e in quello dei macchinari e delle attrezzature, settori attraverso i quali la Germania realizza oggi il proprio surplus commerciale, rischierebbe allora di recare conseguenze negative anche per il fatturato delle tante imprese italiane che riforniscono diverse società tedesche dell’export.

  

Una recente indagine realizzata da Italia Marketing Gmbh, piccola società italo-tedesca attiva dal 2002 con sede a Bonn che si occupa di assistere le pmi italiane nella fase di inserimento e penetrazione sul mercato tedesco, mostra come la gran parte delle pmi italiane esporti principalmente verso la Germania e, anche se in misura decisamente minore, verso la Francia. Tra le destinazioni delle nostre merci seguono poi, a debita distanza, Austria e Spagna. Pur avendo utilizzato come riferimento un campione statistico di 245 pmi italiane, oggetto del sondaggio, l’indagine chiarisce come l’80 per cento delle aziende considerate esporti o abbia esportato all’estero. Circa la metà di esse vende sistematicamente sul mercato tedesco o ha strutture dedicate in Germania, mentre solo due aziende italiane su dieci non hanno mai avuto a che fare con la Repubblica federale.

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La proiezione tedesca del nord

Tra le aziende che hanno rapporti commerciali con Berlino, circa il 70 percento ha scelto gli eventi fieristici come strategia d’approccio. Poche pmi, invece, hanno individuato importatori unici o general contractors sul suolo tedesco (8 percento), mentre un numero ancora inferiore ha optato per l’apertura di una filiale commerciale in Germania (5 percento). Molto significativo è poi il dato geografico, che la società di Bonn ha comunicato in una successiva conversazione col Foglio: di tutte le pmi che operano in Germania circa il 65 per cento proviene del nord Italia, il 20 per cento è del centro Italia, mentre soltanto il 15 per cento è originaria del sud e delle isole.

  

Insomma, non deve forse stupire, ma a cogliere le opportunità che il mercato tedesco offre sono più che altro i piccoli e medi imprenditori del nord Italia e questo benché proprio nel settore alimentare e in quello dell’abbigliamento, realtà molto vivaci anche nel Meridione, la Germania sia importatore netto. Dati del 2016 dell’Agenzia ICE confermano che l’esportazione delle pmi italiane riguarda oggi più che altro la sub-fornitura industriale e le lavorazioni meccaniche. Ad oggi resta, quindi, un enorme potenziale in comparti nei quali la Germania è fortemente dipendente dall’estero e l’Italia è particolarmente attrezzata.

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