Guida ragionata per leggere in modo intelligente i dati mensili sul mercato del lavoro

Jobs Act, numeri Istat, percentuali. Ogni trenta giorni è la stessa storia. I media favoriscono l’impazzimento generale, con analisi e previsioni che sembrano fake news

Guida ragionata per leggere in modo intelligente i dati mensili sul mercato del lavoro

Foto LaPresse

Di fronte al modo in cui i media italiani recepiscono e rilanciano i dati mensili sul mercato del lavoro non si può che rimanere stupefatti. Ogni mese è la stessa storia. Si buttano lì titoli a caso, senza capire che i dati mensili destagionalizzati che l’Istat fornisce diligentemente e con grande livello di dettaglio non possono essere presi come oracoli assoluti per almeno tre ragioni. La prima è che le rilevazioni delle forze di lavoro sono soggette a continue rettifiche quando si rendono disponibili informazioni più aggiornate e complete attraverso i dati trimestrali. La seconda è che la procedura di destagionalizzazione è un artifizio soggetto esso stesso a continue rettifiche man mano che la serie storica si allunga. La terza è che per la somma delle suddette due ragioni sarebbe comunque preferibile comparare i dati su periodi più lunghi, in modo da ricavare delle tendenze più chiare.

 

Eppure i titoli dei giornali e delle tv non battono ciglio e sembrano non avere dubbi. Sicché un mese si comunica ai cittadini con assoluta sicurezza: “Risale la disoccupazione giovanile”. E il mese dopo si annuncia, con altrettanta convinzione: “Boom di occupati”. Spesso invece, quando si gestiscono così male le informazioni sul lavoro (come anche su altri fatti economici) si creano delle vere e proprie fake news, che non resistono alla prova della stima del mese dopo. Si prenda ad esempio il tasso di disoccupazione giovanile in Italia del mese di dicembre 2016. Nel comunicato stampa Istat del 31 gennaio scorso esso era pari al 40,1 per cento. Il 2 marzo la stima è stata abbassata al 39,2 per cento, cifra che a sua volta il successivo 3 aprile è stata ribassata al 38,6, mentre abbiamo scoperto ieri che il dato finale (per ora) è stato ulteriormente limato verso il basso al 38,5 per cento: dunque 1,6 punti percentuali in meno di quanto stimato solo 4 mesi prima.

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Come se non bastasse, nel comunicato stampa Istat del 31 gennaio, il tasso di disoccupazione giovanile del dicembre 2016 risultava cresciuto leggermente rispetto al precedente mese di novembre, essendo passato dal 40 al 40,1 per cento. Mentre abbiamo saputo ieri che tra novembre e dicembre 2016 esso era invece sceso dal 39,7 al 38,5, cioè era diminuito di ben 1,2 punti percentuali. Tutto ciò rende abbastanza ridicolo (se non fosse tragico) il fatto che sui giornali e nei talk-show di fine gennaio fossero stati spesi fiumi di parole – finite in un mare di discussioni e polemiche – per sottolineare che la disoccupazione giovanile era risalita oltre il 40 per cento. Cosa che non è mai avvenuta nella realtà.

 

Si è anche sentito ripetere tante volte in questi mesi da parte di vari politici e opinionisti che il Jobs Act e le decontribuzioni avrebbero fallito nel loro intento. Abbiamo invece scoperto, sempre ieri, che durante gli ultimi due governi (Renzi da marzo 2014 a dicembre 2016) e Gentiloni (da gennaio a marzo 2017), gli occupati totali in Italia sono aumentati di 734 mila unità, le persone inattive sono diminuite di 769 mila e i disoccupati sono calati di 266 mila.

 

In sostanza, soltanto su periodi minimamente lunghi di norma si possono comprendere le reali tendenze economiche, tanto più in un mercato complesso come quello italiano del lavoro in cui si stanno innestando cambiamenti demografici epocali (basti pensare che negli ultimi 3 anni la popolazione in età lavorativa è diminuita di circa 400 mila persone, mentre nel decennio precedente era invece cresciuta di un milione). Creare posti di lavoro e aumentare il tasso di occupazione è oggi molto più difficile di 10-15 anni fa. E non soltanto perché c’è stata in mezzo una crisi economica drammatica ma anche perché stanno cambiando sempre più velocemente la demografia, i settori produttivi e le mansioni.

 

Eppure in Italia, grazie anche al Jobs Act e agli incentivi ad assumere a tempo indeterminato sono avvenuti almeno 3 fatti di enorme rilevanza. Il primo è che dei 734 mila occupati in più che abbiamo oggi rispetto al febbraio 2014 ben 553 mila sono dipendenti permanenti: cioè la crescita dell’occupazione è stata fatta per il 75 per cento da posti di lavoro stabili, con una sensibile riduzione del precariato. Il secondo è che sono considerevolmente cresciuti i tassi di occupazione in tutte le fasce di età. Il terzo è che da marzo 2014 a marzo 2017 la disoccupazione giovanile è scesa di ben 10 punti esatti, dal 44,1 al 34.1 per cento, e l’incidenza della disoccupazione sul totale dei giovani di 15-24 anni è calata dall’11,9 all’8,9 per cento.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    03 Maggio 2017 - 15:03

    Illustre prof.Marco Fortis, mi scuso se ignoro sei sia proprio lei il consigliere economico di Palazzo Chigi renziano e il consigliere di amministrazione della Rai in quota ministero del Tesoro. Così dovesse essere avrei molto personali ragioni per dubitare delle sue analisi ospitate sul Foglio che un tempo e per tanti anni ha ospitato, rispettato e condiviso le analisi economiche del professor Francesco Forte. Perdoni il mio ardire di fogliante della prima ora, ma felicemente guidato da Ferrara e Forte nella sempre perigliosa lettura dei dati economici, ora a leggerla provo sconcerto e smarrimento. Soprattutto quando leggo il prof. Forte, a celebrare la cui autorevolezza il Foglio ha dedicato più di una pagina, affermare che tutti i dati, compreso quello della disoccupazione, sanciscono il clamoroso fallimento del Jobs Act renziano, che ha comportato l'abrogazione di quasi tutte le norme della legge Biagi che consentivano flessibilita' e un lavoro diverso da quello dipendente.

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