Cosa insegna la vicenda degli investimenti nel petrolio della Basilicata

“In Italia, appena succede qualcosa, inizia una danza dove ognuno va per la sua strada”. Parla il prof. Cassese

Cosa insegna la vicenda degli investimenti nel petrolio della Basilicata

Il pozzo Costa Molina 2, in Val d'Agri, in Basilicata (foto LaPresse)

Professor Cassese, la Basilicata, una delle regioni più povere d’Italia, scopre il petrolio. Arriva lo zio d’America. Che succede? E’ una vicenda che comincia nel 1996, quando è cominciato lo sfruttamento petrolifero da parte dell’Eni e di Shell. Sono passati vent’anni. Nei giorni scorsi c’è stata una dispersione di idrocarburi. Tutti i giornali hanno registrato notizie contrastanti. Che giudizio dà della situazione?

 

La prima domanda di tutti gli osservatori è: i protagonisti di questa vicenda stanno su pianeti diversi? Hanno scoperto l’uso del telefono?

 

Perché?

  

Perché la regione ha sospeso l’attività e il suo presidente ha fatto la voce grossa: “Andremo avanti con la schiena dritta”. L’Eni ha avviato le procedure di fermo. Il ministro dello Sviluppo economico ha convocato il presidente dell’Eni. Gli uffici tecnici dello stesso ministero sono al lavoro per monitorare la situazione. L’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente fa lo stesso. Sullo sfondo, il giudice delle indagini preliminari rinvia a giudizio, circa 50 persone (amministratori regionali, dell’agenzia, sindaci, eccetera) e 10 società, per fatti pregressi, collegati agli investimenti in Val d’Agri. “Più di tremila lavoratori dell’indotto vedono in pericolo il loro lavoro. I sindacati chiedono interventi. Il presidente della regione chiede a sua volta di “convocare un tavolo” (qualcuno si renderà conto – un giorno – dell’offesa alla lingua e alla logica insita in questa espressione corrente?). Come parte del coro, una popolazione locale preoccupata per l’ambiente, scarsamente informata, a cui non si sono date possibilità di far sentire la propria voce, sostanzialmente ostile all’investimento. Insomma, un emblema dell’Italia. Appena accade qualcosa (in questo caso, una dispersione di idrocarburi), comincia una danza, ognuno va per la sua strada, qualcuno esercita i muscoli, qualcun altro strilla. Bisognerebbe invece affrettarsi a cooperare per cercare rimedi e risolvere i problemi”.

 

Volevamo il pluralismo. Ce l’abbiamo, dobbiamo pagarne il costo.

 

“Giusto. Ma il pluralismo, la presenza di tanti “attori”, centrali e periferici, amministrativi e giudiziari, politici e sindacali, non dovrebbe comportare il blocco, non dovrebbe esser impeditivo. Dovrebbe arricchire il processo di decisione, consentendo di esaminare tutti i lati della questione, quello ambientale e quello produttivo, quello nazionale e quello locale, quello occupazionale e quello finanziario. Richiederebbe una capacità di dialogo, sistemi integrati, volontà di cooperare. Se il pluralismo diventa disaggregazione, conflitto permanente, esercizio muscolare delle proprie competenze, porta alla disgregazione, allo “sfarinamento”. Tanto più che, in questo caso, l’Eni è azienda nazionale, sotto controllo pubblico, e ha cercato di evitare contenziosi, come dimostrato dalle ricerche sul campo”.

 

Ma l’investimento in Val d’Agri non era partito bene?

 

“Sì, nel 1998 era stato firmato un protocollo d’intenti regione-Eni. Lì venivano definiti i criteri di tutela ambientale e di incremento dello sfruttamento dei giacimenti, nonché le “royalties” da pagare. Il lavoro da fare in loco non era particolarmente complesso: si trattava di estrarre da circa 30 pozzi il petrolio e di fare un “pretrattamento”. La raffinazione andava fatta a Taranto. Poi la richiesta di autorizzazione integrata ambientale, fatta nel 2005, ha visto concludersi il procedimento nel 2011 (tempi che possono apparire biblici, ma sono inferiori a quelli di analoghi procedimenti autorizzatori)”.

 

Tutto è filato liscio?

 

Le cose sono andate meglio che altrove, ma prima si verificano blocchi temporanei, poi entra in ballo la procura, si apre una vicenda che porta alle dimissioni del ministro Federica Guidi (qualcuno un giorno dovrà fare la storia di questa vicenda, per saggiare la qualità delle nostre istituzioni), intanto il maggiore beneficiario, il comune di Viggiano spende in opere pubbliche non sempre utili, concerti e piscine una parte delle ricche royalties incassate (in poco più di 15 anni, 140 milioni di euro), senza riuscire ad affrontare il grave problema della disoccupazione locale, nonostante tentativi di incentivare la formazione e di dare borse di studio”.

 

Qual è l’insegnamento che si trae da questa vicenda ventennale?

 

“Primo: se vogliamo il pluralismo, dobbiamo anche saperlo gestire. Se, infatti, il pluralismo comporta rallentamento o blocco, finirà per condurci sulla strada della ricerca di un demiurgo. Secondo: se questo accade a una consolidata azienda italiana, creata dallo Stato e ancora da questo controllata, che può accadere a imprese che vengano dall’estero? Non pensa che questa domanda frulli nella mente degli investitori esteri che vorremmo attrarre in Italia? Terzo: le collettività locali debbono essere informate e debbono poter esprimere le loro opinioni, prima che sia troppo tardi, in procedure ben ordinate, quelle che in Francia e nel Regno Unito si chiamano di inchiesta pubblica. Una volta informate e ascoltate, bisogna tener conto delle risultanze delle consultazioni. Finita la procedura, si decide e l’esecuzione non può essere bloccata continuamente. Quarto: l’opinione pubblica, i giornali, quale attenzione hanno prestato al problema? Non dovrebbe essere d’interesse nazionale una questione che riguarda la produzione di una fonte di energia, in un paese così povero di fonti di energia? Se non ricordo male, l’8 per cento del fabbisogno nazionale viene soddisfatto da quel giacimento, che è il più grande dell’Europa continentale. Esso rappresenta – cito a memoria – quasi un terzo della produzione petrolifera dell’Eni in Italia. Perché la notizia è stata solo per un breve periodo di tempo sui giornali, subito attratti da altre vicende?

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