L'economia globale cresce. Ma anche i populismi

Perché i movimenti anti-establishment ci guadagno se i cicli politici ed economici sono sfasati. Un'analisi dell'Economist

L'economia globale cresce. Ma anche i populismi

Una caricatura pubblicata su Puck del 1888 attacca gli imprenditori che accolgono immigranti mentre gli americani fanno la fame (foto via Wikimedia)

Non sempre un’economia che cresce forte porta voti. Non a chi avrebbe il copyright sulle riforme pro-crescita, almeno. È questo il messaggio di fondo dell’editoriale di copertina dell’Economist, il noto settimanale britannico che oggi apre con un messaggio di ottimismo sull’”oscillazione sincronizzata verso l’alto dell’economia globale”, accompagnato però da un avvertimento: “i cicli politici ed economici tendono ad essere sfasati”.

 

“Si prenda George Bush senior, che nel 1992 perse le presidenziali perché gli elettori gli imputavano le ragioni della recessione appena passata. O il cancelliere Gerhard Schröder, nel 2005 defenestrato dagli elettori tedeschi per aver imposto riforme dolorose, di cui Angela Merkel raccolse poi i frutti”. Oggi, dopo quasi un decennio di crisi, ovunque nel mondo si sta tornando a crescere: in America, in Asia, in Europa e nei paesi emergenti tutti gli indicatori di crescita hanno il segno positivo. “Questa settimana la Fed ha alzato i tassi per la seconda volta in tre mesi. I timori di un sovraccarico cinese, e di un deprezzamento dello yuan, sono stati smentiti. In Febbraio l’inflazione dei prezzi alla produzione ha quasi raggiunto il picco degli ultimi nove anni. In Giappone nel quarto trimestre la spesa in capitali è cresciuta al ritmo più veloce degli ultimi tre anni. L’Eurozona sta accumulando velocità dal 2005. L’indice del clima economico della Commissione europea è ai suoi massimi dal 2011. Il tasso di disoccupazione dell’eurozona è al livello più basso dal 2009”. 

  

Eppure il clima politico è incandescente, e un po’ ovunque le forze populiste stanno avanzando e ottenendo consensi fino a qualche tempo fa impensabili, alimentati da anni di crescita stagnante, diseguaglianze in espansione e, più di recente, da una montante retorica cialtrona anti-establishment e anti-globalizzazione. Alla Casa Bianca risiede un protezionista che rischia di avviare una guerra commerciale con la Cina, questa settimana tutti gli occhi erano puntati sull’Olanda, dove Geert Wilders  – un “nativista islamofobo” – rischiava di arrivare primo alle elezioni. Il mese prossimo si vota in Francia e la leader del Front National, pur avendo scarsissime probabilità di diventare davvero presidente, ha quasi un terzo dell’elettorato dalla sua parte.

  

La domanda posta dall’Economist, quindi, é: se l’economia si rimette in moto e contemporaneamente i populisti vanno al governo, non c’è il rischio che il nuovo fronte sovranista si prenda i meriti del ritorno del benessere? “Donald Trump, ad esempio, insediatosi appena due mesi fa, “sta decantando le proprie lodi per le buone condizioni del mercato del lavoro e per i numeri sulla fiducia nell’economia. È vero che il mercato finanziario e il clima economico in generale sono stati eccitati dalle sue promesse di deregulation e stimolo fiscale. Ma le sue affermazioni sul fatto di aver magicamente riavviato la crescita dell’occupazione sono pura millanteria. In America, il tasso di occupazione sta crescendo da 77 mesi di fila”.

  

Per di più, puntualizza giustamente l’Economist, se si volessero individuare i responsabili dell’attuale ripresa economica globale si dovrebbe cercare nelle università, nelle istituzioni internazionali, nei think-tank. Insomma il merito è dei tanto odiati “esperti” e dell’establishment, contro i quali si è attivato un bombardamento retorico che è la benzina preferita del fuoco populista. A questo proposito due professori dell’Università di Harvard, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, suggeriscono che, in media, il ritorno ai salari pre-crisi dopo una recessione impiega otto anni. Il tempo perfetto perché si formino barricate contro chi magari, nel frattempo, ha messo in ordine i conti pubblici, ha tagliato le tasse e provveduto agli stimoli fiscali necessari per dare ossigeno alle imprese.

 

“La ripresa a cui stiamo assistendo oggi convalida queste prescrizioni”. Quindi i populisti, com’è ovvio, non hanno nessun merito per il graduale ritorno alla normalità verso cui si avvia l’Occidente dopo la bufera economica dell’ultimo decennio. Ciò non toglie, però, che potrebbero comunque intestarsene la responsabilità. Se il vento politico a loro favore dovesse continuare a spirare – avverte il giornale londinese – l’elettorato potrebbe votare le loro scellerate proposte economiche credendo siano quelle giuste per riportare il mondo alla normalità pre–crisi.

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