La Turchia sull'orlo del disastro finanziario

La Banca centrale si piega a Erdogan e lascia invariati i tassi. Ma il dilemma della crescita resta

Il presidente russo Erdogan ad Hangzhou, al summit G20

Il presidente russo Erdogan ad Hangzhou, al summit G20 (foto LaPresse)

“La Turchia è sull’orlo del disastro finanziario” titola sul Al-Monitor Cenciz Candar, giornalista e scrittore turco parlando degli sviluppi che hanno portato la lira turca a essere scambiata a 4 a 1 sul dollaro, picco negativo mai toccato prima d’ora. Dietro la spirale che sta facendo sprofondare la valuta nazionale c’è la dura battaglia condotta da Erdogan e l’Akp per mantenere sufficiente consenso per chiudere la riforma costituzionale in senso presidenziale, che consegnerebbe nelle mani dell’attuale presidente poteri sostanzialmente illimitati. L’unica strada ritenuta praticabile per riportare stabilità nella valuta nazionale è infatti quella di un forte rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale che invece ieri sono rimasti fermi: un segnale di come sia messa in discussione l'indipendenza dell'Istituto da parte di Erdogan, che vede un rialzo dei tassi come un'azione sovversiva per la crescita. Un rialzo che colpirebbe direttamente imprese e consumatori, e quindi il consenso del governo e del leader in questo delicato momento politico. Il presidente turco ha esplicitamente paragonato i detentori di dollari ed euro ai terroristi, che minacciano la stabilità e il benessere del paese. Ma dietro alla battaglia contingente ciò che sta accadendo in Turchia è l’emergere di contraddizioni che si accumulano da anni, da quando il paese si è allontanato dalla strada dello sviluppo democratico e della vicinanza all’Europa e all’Occidente per accarezzare la visione di un presidenzialismo plebiscitario più ostile a Europa e Stati Uniti e più vicino a potenze orientali come Russia e Cina.

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La vera domanda per il futuro prossimo della Turchia risiede proprio in questa contraddizione: è possibile per un paese che ha costruito il proprio sviluppo economico su ricette e rapporti fondati prevalentemente in Occidente cambiare radicalmente rotta mantenendo lo stesso livello di ricchezza e crescita? La brillante performarce economica turca durante il quindicennio dell’Akp di Erdogan si è infatti basata su ricette improntate su importazione di capitali, stimolo alla domanda, integrazione nei mercati internazionali. Ma se fino a qualche anno fa la politica puntava anch’essa verso ovest con riforme democratiche, limitazione al ruolo dei militari e divisione dei poteri, negli ultimi anni la bussola politica turca ha decisamente svoltato verso gli assolutismi plebiscitari d’oriente lasciando l’economia su una rotta sempre più isolata e potenzialmente pericolosa.

 

Se i dati relativi al terzo trimestre 2016 venissero confermati l’anno appena conclusosi registrerebbe infatti la prima contrazione economica turca da quindici anni (faccia eccezione la contrazione del 2009 dovuta al crack finanziario globale). Una contrazione contornata da altri rischi strutturali come il nuovo aumento del deficit di partita correnti al meno 5,6 per cento (nonostante la contrazione dei prezzi energetici lo avessero temporaneamente ridotto) e un debito estero arrivato a 421 miliardi di dollari e che interessa soprattutto le numerose imprese private esposte in valuta straniera che hanno visto il proprio indebitamento crescere costantemente con lo svalutarsi della valuta nazionale (meno 25 per cento nel 2015 e meno 20 per cento nel 2016). Parte di questo indebitamento riguarda inoltre aziende impegnate in partnership per progetti infrastrutturali col settore pubblico aventi clausole che prevedono compensazioni da parte della controparte pubblica in caso di aumento dei costi dovuti al deterioramento del tasso di cambio. Parte dell’enorme indebitamento del settore privato non finanziario (circa 213 miliardi di dollari) potrebbe quindi presto riverberarsi sulle finanze pubbliche.

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Il punto è che gran parte del boom economico turco negli anni 2000 si è retto su una condizione fondamentale: il continuo afflusso di capitali stranieri. Capitali che sono certamente attratti da buoni tassi di interesse, ma che nel lungo termine sono attratti prima di tutto da stabilità e garanzie. Stabilità rappresentata da un paese politicamente maturo e poco incline a conflitti contro nemici interni ed esterni e garanzie rappresentate da un autentico stato di diritto e divisione dei poteri. Quanto possono attrarre buoni tassi di interesse in un paese gravato da minacce terroristiche interne, epurazioni, tensioni crescenti con le minoranze etniche e pericolosi interventi militari esterni? Un paese dove una sola persona – o un solo partito – hanno il potere di cambiare dall’oggi al domani le regole su spostamenti di capitale, sulla proprietà e le decisioni della Banca Centrale? Sono domande che sembrano aver iniziato a farsi in molti. I dati su Fdi (soprattutto investimenti di portfolio) sulla prima metà del 2016 parlano di in dimezzamento rispetto all’anno precedente (4.8 miliardi di dollari contro i 10.8 del 2015) e non contengono ancora gli effetti del tentato colpo di stato di luglio e dello stato di emergenza che ne è seguito. Una fuga che sembra poter solo accelerare soprattutto in vista del probabile rialzo dei tassi della Fed previsto per quest’anno.

  

Il 2017 potrebbe essere quindi davvero l’anno cruciale. L’anno che potrebbe rivelare quanto il modello economico turco sia compatibile con la fine sostanziale dello stato di diritto e della divisione dei poteri.

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