La Basilicata va di “default in default” per l’inchiesta flop “Tempa Rossa”

Precipita la produzione di petrolio nella regione e gli enti locali rischiano un bagno di sangue

Alberto Brambilla

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La Basilicata va di “default in default” per l’inchiesta flop “Tempa Rossa”

Lo stabilimento Tempa Rossa

Roma. Da Basilicata “coast to coast” del film di Rocco Papaleo (2010), la Basilicata rischia di andare di “default in default”. Il filone della cosiddetta inchiesta “Tempa Rossa” della procura di Potenza che aveva portato al sequestro preventivo degli impianti Eni del Centro oli di Viggiano in Val D’Agri per cinque mesi (31 marzo-12 agosto) si avvia all’archiviazione ma ha già prodotto danni all’economia lucana. La produzione regionale di petrolio è crollata del 60 per cento circa rispetto al 2015 a causa del fermo. Gli enti locali rischiano un bagno di sangue, faticheranno a chiudere i bilanci quest’anno. Nell’ultimo lustro avevano ricevuto royalties (percentuale su quanto si estrae dal sottosuolo – ogni 100 euro, 85 vanno alla regione, 15 ai comuni), per 840 milioni di euro, 460 mila euro al giorno in media.

 

Il presidente di regione, Marcello Pittella (Pd), fratello di Gianni, presidente del Pse sconfitto al ballottaggio per la presidenza del Parlamento Ue, durante la conferenza stampa di inizio anno aveva comunicato che la chiusura temporanea del Centro oli di Viggiano comporterà una perdita di circa 70-100 milioni di euro nelle casse regionali – peggio delle stime diffuse a settembre (67 milioni). Pittella ha aggiunto che per questo motivo la regione avrà problemi a chiudere il bilancio 2017. La situazione già era critica. La sezione di controllo della Corte dei conti della Basilicata si era rifiutata di vidimare il bilancio regionale 2015 – mai accaduto prima – perché “inficiato in termini di veridicità, di attendibilità e sostenibilità dei relativi equilibri e saldi finanziari nelle sue componenti del conto del bilancio, del conto del patrimonio, come presentato dalla giunta regionale”. Vennero riscontrate criticità nel rapporto tra regione e comuni della Val D’agri, ai quali non sarebbero stati erogati i finanziamenti dovuti attraverso le royalties. Come la regione almeno 80 comuni su 120 che sono interessati dalle estrazioni avranno problemi coi conti.

 

Amedeo Cicala amministra da 2014 il comune di Viggiano (3 mila abitanti) dove sorge il Centro oli interessato dall’inchiesta e dove insiste il 70 per cento dei pozzi lucani. Cicala dice al Foglio che gli effetti del sequestro preventivo hanno “messo in difficoltà” i bilanci comunali di 5-6 paesi con royalties dirette, 30 mila cittadini dei 10-12 comuni della Val D’agri, circa 800-900 famiglie di lavoratori diretti dell’Eni e un numero consistente di aziende dell’indotto che “non si sono ancora riprese del tutto”. “A Viggiano siamo abituati a gestire 19 milioni di euro di royalties, quest’anno ne arriveranno circa 3, mentre, per effetto della Legge finanziaria 2015, non possiamo toccare 40-50 milioni non spesi da precedenti amministrazioni: abbiamo ritirato bandi per la formazione giovanile e proceduto a razionalizzare servizi e investimenti che potevano andare più veloci e garantire servizi migliori”, dice. E, a lato dello “choc sociale”, se c’è un risultato chiaro dell’inchiesta che puntava a dimostrare uno choc ambientale e sanitario (i carabinieri acquisirono migliaia di cartelle cliniche per verificare patologie varie), secondo il sindaco, è che “si è avuto modo di constatare il peso dell’economia dell’Eni in Val d’Agri”.

 

“Anche volendone fare a meno – dice – in questo momento non si può: è impossibile dire che coltiviamo rose dall’oggi al domani. Il fermo produttivo ha dimostrato che ormai il territorio, o parte di esso, è simbiotico col Centro oli. I proventi del petrolio possono servici oggi per creare altre attività economiche alternative in futuro”. Altre fonti dicono che altri comuni della Val D’Agri potrebbero dovere destinare i finanziamenti a progetti sociali (ex card carburante) a copertura di mancati incassi. La Basilicata che è stata la “regina dei No” al referendum sulle perforazioni – a mare, non su terra – col 50,16 d’affluenza e il 96,4 per cento di contrari alle “trivelle”. Nonostante la produzione petrolifera sia essenziale per l’economia lucana solo il sindaco di Tramutola, di recente, non si è opposto alle esplorazioni Shell nel Vallo di Diano, al contrario di altri sindaci. I contraccolpi dell’inchiesta forse insegneranno qualcosa agli amministratori e alla magistratura potentina. 

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