Così l’Italia può cogliere l’opportunità della Brexit per diventare un paese più attrattivo

Su cosa deve puntare il nostro paese per diventare più competitivo sulla politica industriale, l’innovazione, il fisco e gli investimenti? Girotondo di idee. Con proposte concrete.
Così l’Italia può cogliere l’opportunità della Brexit per diventare un paese più attrattivo

Investor Day (foto Le Camping via Flickr)

Da venerdì pomeriggio a domenica, pubblicheremo tutto il girotondo di idee - che trovate nel Foglio in edicola - con le proposte per una nuova agenda per l'Italia, che la rendano competitiva in tema di politiche industriali, innovazione, fisco e investimenti.


 

Ho seguito con grande attenzione il dibattito che si è aperto dopo che l’Unione Europea ha quantificato in 13 miliardi l’importo delle imposte non versate al governo irlandese. Non voglio soffermarmi sulle ragioni di una parte o dell’altra, né commentare il fatto che lo stesso governo irlandese abbia deciso di presentare ricorso contro Bruxelles, rinunciando a una somma che equivale al budget annuale del suo sistema sanitario. Voglio solo porre una questione più ampia, con una domanda provocatoria: Apple avrebbe mai messo il suo quartier generale europeo in Italia anziché in Irlanda?

 

Una riforma urgente e decisiva per recuperare competitività e favorire l’innovazione è sicuramente quella fiscale. L’Italia, pur essendo l’ottava potenza economica del mondo, attrae solo l’1,5 per cento di tutti gli investimenti diretti esteri. Snellimento della burocrazia e defiscalizzazione sono anche elementi fondamentali per rendere Brexit una grande opportunità ad esempio per Milano, per riportare a casa una parte della City italiana che è a Londra.

 

Il nostro paese sta risalendo la china, grazie soprattutto alle riforme strutturali in corso. Se il Jobs Act ha mostrato l’efficacia delle politiche di defiscalizzazione del lavoro, consentendo di creare 600 mila nuovi posti, la priorità ora è mettere di nuovo le imprese nelle condizioni di investire per consolidare la crescita e generare ulteriore occupazione: come hanno ricordato di recente anche Carlo Calenda e Vincenzo Boccia, non servono incentivi a pioggia, ma un sistema di interventi mirati che consentano alle imprese di affrontare e vincere le sfide di innovazione, internazionalizzazione e crescita con cui sono chiamate a confrontarsi. Ma non è tutto. Da noi, per fattori storici e strutturali, il prezzo dell’energia è più alto che in altri paesi europei. Il tessuto della nostra economia, composto in buona parte da pmi, determina un’elasticità del pil rispetto al prezzo dell’energia maggiore alla media. In questo senso, gli investimenti nelle infrastrutture, in particolare quelle energetiche, sono un fattore chiave di crescita e di riduzione degli oneri. Imprese capital intensive come Snam sono anche in grado di creare valore sociale e dare un contributo importante alla crescita del paese, evitando le sirene del breve termine. Sono, in altre parole, un enzima capace di produrre benefici anche in quei territori dove le imprese – spesso non dimensionate per le sfide internazionali – fanno maggiormente fatica, generando occupazione altamente qualificata, trattenendo i talenti, favorendo lo sviluppo. Gli investimenti in infrastrutture sono rivolti al territorio in senso lato e non sono limitati alla sola fase realizzativa. Sono, dunque, particolarmente utili e urgenti come volano soprattutto per quelle aree, come il Sud Italia, dove agganciare la crescita economica è particolarmente difficile.

 

E’ quello che chiamiamo “moltiplicatore”: investo un euro di capitale e nel medio termine, anche grazie all’effetto leva, genero pil da sei a 10 volte superiore. Gli investimenti degli operatori infrastrutturali – non solo energia, ma anche tlc e trasporti – sono uno strumento keynesiano per stimolare la crescita in termini di efficienza e buona occupazione, che si riflettono direttamente e positivamente sulla competitività del nostro Paese. Nello scenario energetico godiamo una posizione geografica unica al mondo, al centro dei principali corridoi di approvvigionamento continentali: riuscire a farla fruttare appieno, rendendo la nostra Penisola un polo di attrazione e gestione dei flussi in arrivo in Europa, può essere un ulteriore elemento per ridare all’Italia lo slancio che merita, abbassando i costi dell’energia e aumentando le esportazioni.

 

Le grandi aziende italiane come Snam, in conclusione, sono chiamate a far la loro parte, affrontando anche il proprio ruolo sociale e portando sul territorio non solo lavoro e occupazione, ma anche la loro capacità di realizzare progetti concreti in base alle esigenze specifiche delle comunità.

 

Marco Alverà è amministratore delegato di Snam

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