Christina P e il racconto di una vita da madre

Il programma di Christina Pazsitzky ovvero come raccontare la maternità con feroce senso dell’umorismo e della realtà

Christina P e il racconto di una vita da madre

Foto tratta da Netflix

E’ incredibile pensare a quanto ci sia voluto per creare ognuno di voi – dice Christina Pazsitzky, su un palco di Seattle – e a essere sinceri per molti di voi non ne è valsa la pena. Non vincerete un Pulitzer, ma neanche un premio nelle patatine”. Christina P, quarantun anni, figlia di immigrati ungheresi scappati dal comunismo, si è formata sopra una meravigliosa infanzia infelice, sola a casa tutto il pomeriggio con scatole di maccheroni al formaggio da scaldare al microonde, una madre che non le faceva usare il telefono perché era convinta di essere intercettata, un padre razzista (“ce l’avete avuto tutti un padre razzista, no?, uno che dice cose assurde: i cinesi si stanno mangiando tutti i biscotti, le donne non sanno leggere, e anche, a un bambino piccolo: non piangere, non fare il finocchio”). Adesso è grande, ha un bambino piccolo, il suo corpo è “cacca di cane”, le tette meglio non dire, ma se guarderete il suo show su Netflix, “Mother Inferior”, riderete anche di quelle, oltre che dei padri del Midwest con la cintura di cuoio intrecciata, la cordicella per gli occhiali, e le New Balance bianchissime (“è un porta cellulare quello?”, dice con voce eccitata).

 

Christina racconta la vita da madre, gli istinti omicidi verso il marito che ha una carriera mentre lei passa la notte ad allattare, il fastidio verso le madri anti vaccini che a Los Angeles sostengono che non abbia senso vaccinare i figli, perché la pertosse non esiste più (“certo, non esiste per via dei vaccini, cretina. Funziona solo se partecipiamo tutti, come le cene e le seghe di gruppo”). Christina P è bionda e ha un sorriso irresistibile anche quando parla dei millennial, che si sentono offesi da tutto, e elenca le grandi avversità che hanno dovuto affrontare: “Chi può dimenticare la grande intolleranza al glutine?”, grida piangendo, “o le allergie alle arachidi che devastano gli asili del nostro paese? O l’orrore della connessione internet analogica?”. Christina Pazsitzky ha studiato a Oxford, crede nella grammatica e negli antidolorifici. Dice che la maternità è stata l’esperienza più bella della sua vita ma che ogni tanto si chiude in bagno e si infila un cotton fioc nell’orecchio, e lo spinge fino in fondo. E che la parte più bella è stata sicuramente quella prima della nascita di suo figlio, la parte prima delle doglie arrivate prima del cesareo programmato. “La cosa migliore di avere un figlio è stata poter mentire a mio marito, perché gli uomini non sanno nulla del corpo femminile, puoi raccontargli qualunque cosa e loro ci crederanno. Dicevo: accidenti tesoro, quante cose non posso più fare ora che sono incinta. Non posso bere vino, non posso mangiare sushi, ah non posso neanche fare sesso orale” (ma lei usa la parola precisa, non la perifrasi). “Ho letto su Internet che potrebbe far diventare il bambino autistico”. E il marito, subito: “E allora?”.

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