La fede incrollabile di Novak nella santa unione tra capitalismo e Vangelo

E' morto a 83 anni il grande filosofo cattolico conservatore

La fede incrollabile di Novak nella santa unione tra capitalismo e Vangelo

Roma. Michael Novak, morto ieri a 83 anni, tirava un lungo sospiro ogni volta che qualcuno gli domandava che ne pensasse della dialettica tra il Papa argentino e un futuribile presidente miliardario di New York di nome Donald Trump. Lui, tra i più grandi filosofi cattolici contemporanei e al contempo strenuo conservatore che fu consigliere di Ronald Reagan e contribuì in modo decisivo a forgiare la santa alleanza tra l’allora inquilino della Casa Bianca e Giovanni Paolo II, partiva dal presupposto che i leader dovrebbero parlare un po’ di meno. Tutti, anche Francesco. “Non dovrebbe fare conferenze stampa in aereo quando è stanco”, così come “Trump esagera sempre quando si rivolge a qualcuno”.

 

Le polemiche sui muri lo sorprendevano, visto che per lui il destino dell’America era chiaro: “Serve controllare l’immigrazione, solo così gli Stati Uniti resteranno un paese aperto e libero”. Una contraddizione solo apparente come del resto lo era la sua opera più celebre, Lo spirito del capitalismo democratico, pubblicata nel 1982 con l’intento utopico – per l’America cattolica di quegli anni che guardava più al cardinale progressista Joseph Bernardin e non era ancora sintonizzata sulle frequenze giovanpaoline – di mettere insieme l’esaltazione suprema del capitalismo occidentale con la vocazione evangelica alla povertà. Arthur Brooks, in un lungo obituary pubblicato sul sito dell’American Enterprise Institute di cui Novak era tra i membri più prestigiosi, ha scritto che Lo spirito del capitalismo “ha avanzato una tesi audace e importante: il sistema capitalistico e democratico degli Stati Uniti rappresenta una fusione dei nostri sistemi politici, economici, morali e culturali. Nessun aspetto può esistere indipendentemente dagli altri”. Ai dubbi circa l’inconciliabilità del suo presupposto di fondo, banalmente ridotto alla possibilità di coniugare il capitalismo con il pauperismo, lui rispondeva che “il capitalismo non è il migliore dei mondi possibili ma di sicuro è risultato essere il più accettabile”.

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