Rivelazioni-choc di Flemming Rose, il giornalista delle vignette su Maometto

Nel suo libro uscito in questi giorni, “De Besatte”, cioè “Gli ossessionati”, si racconta la fatwa bianca”. “E’ la storia di come la paura mangia le anime, le amicizie e le comunità professionali”

Giulio Meotti

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 Flemming Rose

Flemming Rose (foto di Youtube)

Roma. “La tragedia è che i soli ad aver vinto sono i jihadisti”. Parlando nei giorni scorsi con il quotidiano danese Weekendavisen, Flemming Rose aveva la voce sconsolata. Nell’estate del 2005, a una festa, Kåre Bluitgen incontra un giornalista dell’agenzia di stampa Ritzaus Bureau. Gli confida che nessuno è disposto a illustrare il suo libro per bambini su Maometto. Tre illustratori, gli dice, hanno già rifiutato per paura. Come la maggior parte dei giornali danesi, il Jyllands-Posten decide di pubblicare un articolo sull’autocensura. Flemming Rose, responsabile della cultura del quotidiano, contatta dodici vignettisti, offre loro 160 dollari a caricatura, per testare lo stato della libertà di espressione. Quello che segue è storia nota e agghiacciante. Almeno duecento persone moriranno nelle proteste contro le vignette, prodotti danesi scompariranno in Bahrein, Libano, Oman, Qatar, Yemen, ed Emirati Arabi. Uomini armati faranno irruzione nell’ufficio dell’Unione europea a Gaza, intimando a danesi e norvegesi di lasciare l’area. A Bengasi, manifestanti daranno alle fiamme il consolato italiano. La fatwa cambierà per sempre anche la vita di Flemming Rose. La sua testa finirà sulla picca di una caricatura islamica, i Talebani e al Qaida offriranno una ricompensa a chi lo ucciderà, il suo ufficio verrà più volte evacuato per allarmi bomba e un suo omonimo cambierà pure nome, a scanso di equivoci. Rose finirà infine nella black list dell’Isis in cui c’era anche il direttore di Charlie Hebdo, Stéphane Charbonnier.

 

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Ora irride tutto tranne che l’islam: “Siamo ostaggi della paura di criticare la religione da cui anche io provengo. L’islam politico è una forma di fascismo cresciuto in seno alla religione. Ha tutte le caratteristiche del fascismo, dall’uniformità persino nel parlare al culto della personalità alla negazione dell’arte e della ricerca intellettuale", dice la scrittrice.

 

Molto meno nota è la “fatwa bianca” che il ceto giornalistico ha lanciato contro Rose. Il giornalista danese la racconta in un libro uscito in questi giorni, “De Besatte”, cioè “Gli ossessionati”. “E’ la storia di come la paura mangia le anime, le amicizie e le comunità professionali”, scrive Rose, che si è formato accanto ad Andrej Sacharov e ad Alexandr Solzenicyn, in qualità di corrispondente da Mosca del suo giornale. Rose racconta come all’interno del suo stesso giornale gli fecero terra bruciata attorno, costringendolo alla resa e al silenzio. Il portavoce del Jyllands-Posten, Jorgen Ejbol, lo convoca nel suo ufficio: “Hai dei nipoti, non pensi a loro?”, ripete a Rose. La casa editrice JP/Politikens Hus, che detiene la proprietà del giornale, ha confermato le accuse, aggiungendo: “Il caso non riguarda Rose, ma la sicurezza di duemila impiegati”. Rose mette sotto accusa il suo ex direttore, Jorn Mikkelsen, che con i vertici dell’azienda gli fece firmare un accordo in nove punti, in cui il giornalista accettava, fra altre clausole, di “non partecipare a programmi radio e tv”, “non partecipare a conferenze”, “non commentare su questioni religiose”, “non scrivere della Organizzazione della conferenza islamica” e “non commentare sulle vignette”. Rose si piegò nel periodo più duro per il giornale, quando nel 2010-2011 emersero numerosi plot terroristici per attentare alla sua vita e a quella di Kurt Westergaard, l’autore del Maometto con la dinamite in testa, poi messo in “congedo illimitato” dal Jyllands “per ragioni di sicurezza”. Rose racconta di due articoli che vennero censurati dal giornale, con tanto di ammonimento del ceo, Lars Munch: “Piantala, al quarto piano c’è gente che si chiede ‘ma non può smettere?’”.

Dopo quell’episodio, Flemming Rose incorre nuovamente nell’ira del direttore e dell’amministrazione quando accetta di partecipare a un dibattito pubblico con Geert Wilders: “Cominciarono a inveire contro di me: ‘Perché cazzo hai detto di sì a comparire sul palco con un obiettivo del terrorismo? Sei stupido? Hai un segreto desiderio di morte? Hai nipoti. Sei completamente fuori di testa? Va bene se vuoi morire da solo, ma perché stai portando con te l’azienda?”. Il giornale fa pressioni su Rose anche quando decide di scrivere un libro sulle vignette, “Hymne til friheden”, il suo “inno alla libertà”. Il direttore Jorn Mikkelsen gli dice di voler “frenare gli effetti nocivi” del libro, tenendo più bassa possibile la notizia della sua pubblicazione. Flemming Rose viene poi minacciato di licenziamento a meno che non annulli due dibattiti sul decimo anniversario delle vignette su Maometto (in effetti, Rose non si presentò quel giorno a una conferenza a Copenaghen di cui parlò anche il Foglio). Dopo il massacro al numero 10 di Rue Nicolas-Appert, sede della redazione di Charlie Hebdo, Flemming Rose rassegna le dimissioni come capo del desk esteri del Jyllands-Posten pur di non tenere più fede a quel memorandum. Oggi lavora per il Cato Institute, negli Stati Uniti.

L’ex direttore del Jyllands-Posten, Carsten Juste, anche lui nella lista nera dell’Isis e uscito dal giornalismo per paura, ha confermato le accuse di Rose. “Non sono ossessionato da niente, i fanatici sono coloro che vogliono attaccarci, e i posseduti sono i miei ex capi al Jyllands-Posten”, scrive Rose a conclusione del libro. Le sue rivelazioni confermano un’altra storia nota. Quella in cui il Jyllands-Posten ha capitolato per timore di attentati. Da allora, ogni volta che ai suoi direttori ed editori è stato chiesto se col senno di poi avrebbero ancora pubblicato i disegni su Maometto, la risposta è sempre stata no. E questo significa che avevano effettivamente consegnato il compito di modificare il giornale ai fanatici e ai terroristi a migliaia di chilometri di distanza. Persino il 9 gennaio 2015, dopo il massacro al settimanale satirico francese, colpito proprio per aver ripubblicato nel 2006 le vignette danesi, il Jyllands-Posten ha annunciato che per paura non avrebbe ripubblicato le vignette satiriche. Un anno fa, il Jyllands è infine uscito con dodici spazi bianchi al posto delle vignette per il decennale di quell’affaire. E’ quella che Rose, nel suo precedente libro, ha chiamato “Tavshedens tyranni”, la tirannia del silenzio. A difesa del giornalista danese è anche intervenuto Naser Khader, musulmano liberale di origini siriane, che ha confermato le rivelazioni di Rose: “Non biasimo coloro che si preoccupano per la sicurezza dei dipendenti. Ho guardie del corpo 24 ore su 24. Tuttavia, credo che dobbiamo essere fermi. Se Flemming tiene la bocca chiusa, la democrazia sarà perduta”.

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Commenti all'articolo

  • Francesco

    23 Novembre 2016 - 14:02

    Meotti, grazie di esistere.

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  • mauro

    23 Novembre 2016 - 12:12

    Voces clamantes nel deserto sassoso del politicamente corretto, che è all'origine della paura di tutti.

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