La valanga, la natura e la colpa

“Non si prevede il volere di Dio”, disse Churchill nel 1952

Salvatore Merlo

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La valanga, la natura e la colpa

Non ci sono paesi del mondo, nemmeno tra quelli ricchi e progrediti che tanto ammiriamo – pensate agli uragani che affliggono gli Stati Uniti – dove le catastrofi naturali non procurino danni agli uomini e alle cose. Tra il 5 e il 9 dicembre del 1952 un fenomeno di bassa pressione provocò l’addensarsi su Londra di una cappa tossica, un misto venefico di nebbia, fumi industriali e di stufe a carbone intensamente accese per contrastare il freddissimo inverno di quell’anno. Non c’era vento su Londra, e il fumo ristagnava per le strade. La gente restava avvelenata, affollava gli ospedali che andarono in tilt. Ci furono morti, se ne contarono migliaia. “Dobbiamo fare qualcosa. Winston, i cittadini sono arrabbiati. Ci ritengono colpevoli!”, urla il ministro degli Esteri, Robert Salisbury, nel quarto episodio di “The Crown”, la serie televisiva sulla vita della Regina Elisabetta, un capo d’opera di pulizia visiva, e di scrittura cinematografica, trasmesso in questi giorni da Netflix. “Ma colpevoli di cosa?”, gli risponde Winston Churchill, il primo ministro. “E’ nebbia”, gli dice. “E la nebbia è nebbia. Arriva, e poi se ne va”.

 

Ma l’altro insiste, preoccupato per gli attacchi dell’opposizione, per la collera popolare, per una crisi di governo. E allora Churchill, l’uomo inscalfibile che aveva resistito ai nazisti, lui che aveva sconfitto il demonio e salvato l’Inghilterra, gli si rivolge nel tono d’una didattica impazienza: “Ogni tanto anche qui c’è il sole. Troppo sole, e la chiamano ‘siccità’. Poi finalmente piove. Ma se piove troppo lo chiamano ‘diluvio’, e trovano il modo di incolparci anche di quello. E’ il volere di Dio, Robert. E che ci piaccia o no è del tutto imprevedibile”. Gli inglesi, che hanno inventato le assicurazioni nel XVII secolo, lo chiamano “volere di Dio”, “Act of God”, come diceva Churchill. Non è metafisica, ma un termine tecnico usato anche dai Lloyds di Londra. Secondo l’enciclopedia Britannica gli Act of god sono “eventi imprevisti e imprevedibili derivanti dalle forze della natura”. E allora è certo che in Italia si dovrebbero abitare case e alberghi sicuri, ma è inutile fare aria fritta cercando i colpevoli della valanga assassina che due giorni fa ha travolto l’hotel Rigopiano, e con lo stesso facile sussiego con cui nei bar si discute di Totti e della Juve.

 

E invece, attorno alla neve assassina e alla terra che trema, alla natura che non è sempre amichevole come nelle confezioni delle mele bio dei supermercati, in Italia si esibiscono gli pseudoscienziati che prevedono le catastrofi, i domatori delle valanghe, gli urlatori televisivi del giorno dopo, gli sciacalletti politici in doposci da Lilli Gruber, quelli che se solo un terremoto e una valanga si potessero prevedere allora sarebbero già lì ancora prima della tragedia, pronti a farsi una fotografia col telefonino, il consueto circo dell’emergenza e dell’orrore che si dispiega solo quando i fenomeni sono già spiegati, quando cioè si spiegano da soli, come nell’enigma del colpevole di Dürrenmatt. E infatti un disastro ambientale non può “tornare” come torna un conto, e non esiste un assassino universale, in certi eventi “ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile ha una parte troppo grande”, scriveva il drammaturgo svizzero in un suo straordinario racconto, “La promessa”, una storia che precipita il lettore in quel vuoto di senso che si chiama destino, fato, o forse “Atto di Dio”, appunto.

 

Un terremoto e una valanga, in contemporanea, quattro scosse potenti in quattro ore, un vento a dieci gradi sotto zero che tira sassate a 90 chilometri all’ora, la luce che manca perché le slavine hanno abbattuto i tralicci che poi vanno faticosamente raggiunti uno a uno superando muri di neve e temperature polari. Ma è sull’animale ucciso, si sa, che si accaniscono le mosche. “La gente vuole un capro espiatorio, è normale. Ma noi siamo leader”, dice a un certo punto Churchill, rivolto alla giovane Elisabetta che pretende spiegazioni, atti di responsabilità e forse di contrizione dal suo primo ministro. “E’ nebbia. Prima o poi il vento riprenderà”, risponde invece Churchill alla regina, che intanto però ha già deciso di dare ascolto alla collera popolare, alle speculazioni politiche, agli articoli infuocati dei giornali, alle macchinazioni degli avversari del suo vecchio ministro, e dunque ha già deciso di licenziarlo e di sostituirlo con Anthony Eden. Ma ecco che all’improvviso un raggio di sole fende la nebbia, supera le spesse tende di Bucking Palace, che tremano appena scosse da una brezza di vento. E’ la salvezza. Il sole attraversa la stanza dei velluti, poggiandosi sui piedi di Elisabetta. Un atto di Dio.

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Commenti all'articolo

  • lorenzolodigiani

    21 Gennaio 2017 - 19:07

    Splendido articolo, caro Merlo. E ' necessaria una giusta cattiveria per accostare il pensiero di Churchill a quello degli"sciacalletti politici in doposcì " della Gruber, ma lei l'ha, implacabilmente, trovata. "La gente vuole il capro espiatorio, ma noi siamo leader", dice il grande Winston. I nostri urlatori, anche se si candidano a governare, leader non sono, ne' lo diventeranno. Se mai dovessero conquistare il potere sarebbe una sorta di sciagura, un Act of God non contemplato da alcuna assicurazione.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    21 Gennaio 2017 - 17:05

    Viviamo in una mentalità di pretese, di diritti, di voglie. Convinti che il progresso, la scienza, la democrazia come spartizione del bene comune fino al soddisfacimento di ciascuno sia la nostra connaturato ragione di vivere. Insofferenti dei limiti naturali, di dover ammettere che la vita la riceviamo da un Creatore che è oltre e altro dei genitori, ribelli a dover arrendersi all'ignoranza, all'impotenza, al caso e alla forza maggiore, a qualsiasi accadimento da subire senza il nostro parere e benestare. Convinti che col progresso ci siamo resi più uomo e più donna, invece appena fuori dal nostro piccolo guscio esistenziale di fronte alla vita più in grande ci ritroviamo solo più bambini, viziati. Un secolo fa eravamo civiltà rurale, le previsioni del tempo solo per conciliarcelo nei lavori di coltivazione e portare a casa un buon raccolto. Sennò era carestia, fame, speriamo nell'anno prossimo. Pazienza, arrangiamoci, accontentiamoci. Però era civiltà di uomini incrollabili.

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  • mauro

    21 Gennaio 2017 - 16:04

    Delizioso articolo. Ma, da che mondo è mondo la plebe, di fronte agli acts of God, esige sacrifici umani, sangue o poltrona ministeriale che siano.

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  • carlo.trinchi

    21 Gennaio 2017 - 15:03

    Il pesce puzza dalla testa ma a volte non è vero. Puzza tutto, perché è il corpo intero ad essere malato. La mente è marcia da secoli di abbrutimento pietoso e misericordioso. Non abbiamo fatto l'Italia in 150 anni e vogliamo risolvere i terremoti? Ora forse. Ma guardiamo la prevenzione. Un paese normale dispone logisticamente spazzaneve e predispone sale e turbine. Non chiama l'esercito a stalle vuote. I sindaci, i presidenti di regione dove sono? L'ITALIA è quello che rideva nel letto per fare soldi, è una magistratura con i gradi invece di contenere ladrocini. È sovrapposizzione di regionl, province e comuni e soldi rubati legalmente. È lo statu quo che va bene a tutti, nesssuno escluso. Qui non sta morendo il paese, stiamo sparendo noi e lo dimostra l'invasione silente che ci sta attanagliando, spappolando nel pietismo e nell'indefferenza totale. Solo bolle di popolo che si gestisce da solo, che grida vendetta non giustizia e governi dove le loro facce replicano le nostre. Fine.

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