Noi e il partito brasiliano

Il Brasile ci assomiglia, ha voluto farsi la sua bella Tangentopoli e adesso annaspa nel casino politico e istituzionale

Noi e il partito brasiliano

Siccome il campionato sì, ma la stagione politica non è ancora ricominciata, tocca baloccarci con le non-notizie che un tempo erano definite politica da ombrellone: se al Meeting abbia incassato più applausi Letta il giovane o Gentiloni; che Berlusconi sta puntando a un partito per raccogliere gli indignati (indignati con chi?); che Martina vuole un fronte da Pisapia a Carlo Calenda (memore forse della grande chiesa da Che Guevara a Madre Teresa); che i Verdi criticano la Brambilla sulla primogenitura animalista. Insomma la noia. Ma ci viene in soccorso un articolo del Wall Street Journal che ha il pregio di spiegare perché corriamo il rischio di diventare peggio del Brasile, politicamente parlando: “Quando hai già 35 partiti politici, a che servono altri 63?”, è il titolo del gustoso e illuminante pezzo. Il Brasile ci assomiglia, ha voluto farsi la sua bella Tangentopoli e adesso annaspa nel casino politico e istituzionale. Nell’ultimo anno, avendo già attraversato la stagione dei comici e dei cabarettisti, da noi ancora in corso, sono state poste le basi per la nascita di un Partito militare brasiliano (urca), per un Partito animalista guidato da una ex star del porno-soft passata al veganesimo (non inventano mai niente, in Brasile), partiti costruiti sulla popolarità del calcio (idem). Fondare un partito politico in Brasile “è diventato un gioco, ma rischia di essere una tragedia”. In assenza di regole certe e con lo sbrocco antipolitico che ormai ha travolto tutto e tutti, un campionato politico con una novantina di squadre improbabili è la cosa più probabile che possa capitare. Solo che in Brasile, quando sono proprio alla canna del gas, almeno hanno un Neymar da vendere.

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