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Lo scontento
La recensione del libro di Beatriz Serrano edito da Einaudi, 224 pp., 18,50
29 APR 26

"Giocare all’ufficio è facile, se sai come farlo. Il lavoro è solo una parte da recitare. Ho imparato a gestire tutto alla perfezione: so quali sono gli aneddoti infallibili per rompere il ghiaccio. So cosa devo chiedere per sembrare attenta e interessata. E so cosa devo dire perché il tempo passi più in fretta senza fare niente fino alle sei del pomeriggio". L’autorappresentazione è una delle trappole in cui incorre Marisa, trentaduenne che vive a Madrid e lavora in un’agenzia pubblicitaria. Marisa condensa in sé i tratti di una generazione: ha un lavoro che la fa sentire intrappolata, infelice e senza via di uscita, ha una relazione sessuale con il suo bel vicino di casa, ha uno stipendio che le permette di pagare le spese e soffre di attacchi d’ansia. Vede lo scorrere della vita senza un senso, una prospettiva. Dominata dall’eterno ritorno dell’uguale. Arresa a questa prospettiva esistenziale, meta-vive per cercare di sentire il meno possibile (perché sentire fa troppo male e fa percepire la propria impossibilità a cambiare le cose). “Gli uffici sono come le battute di caccia: meno ti muovi, meno rischi di farti sparare”. Rimane immobile, Marisa, tentando di galleggiare sulla superficie. Di non farsi troppe domande per non avere la pressione di doversi mettere in moto. La sua vita è definita dallo scontento. Un retreat aziendale nelle foreste di Segovia la porta però a poco a poco a doversi scoprire, a far cadere la maschera che si era accuratamente costruita e mostrare il malessere (e la verità) che ci sta sotto. A costo di lasciare indietro (letteralmente) dei pezzi di sé. La voce di Marisa, ironica e allo stesso tempo malinconica, mette a fuoco un sentimento dominante dei trentenni di oggi. Di chi ha cercato nel lavoro una forma di espressione del sé ma ne è rimasto schiavo, di chi fatica a trovare un proprio punto di equilibrio tra relazioni liquide e rapporti evanescenti. Rimane l’autoironia, la capacità di ridere di sé come forma di resistenza, il guardare alla propria condizione con una minima distanza e quindi con una maggiore libertà. Non ci sono grandi soluzioni allo scontento ma, sembra suggerire l’autrice, ci sono sempre dei minuscoli sprazzi di realtà che ci fanno compagnia. E condividere – sia pure anche solo lo scontento oppure una birra gelata e dei pomodori – fa tutta la differenza del mondo. “E’ vero che meritiamo tutti un lembo di cielo sopra le nostre vite, altrimenti l’esistenza non è altro che asfalto e pareti sbucciate”.
Beatriz Serrano
Lo scontento
Einaudi, 224 pp., 18,50
Lo scontento
Einaudi, 224 pp., 18,50



