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Mondiali 2026 •
Rodri e l'indolenza hanno reso mesta la festa della Francia
La Spagna ha battuto una Francia che aveva brillato per serenità e sicurezza in se stessa per sei partite. Una sicurezza diventata sicumera in semifinale. Il centrocampista della Nazionale spagnola ha dimostrato ancora una volta che il calcio non è una questione di skill da esibire sui social

Rodri, foto Christopher Neundorf per Epa, via Ansa
L'assoluta serenità e fiducia in se stessi si è trasformata in sicumera e poi in indolenza un pomeriggio texano. La Francia che aveva brillato per bravura e capacità di rendere semplice il difficile (spesso abbastanza relativo visto che sulla sua strada ha incontrato Senegal, Iraq, Norvegia, Svezia, Paraguay e Marocco) ha perso contro la Spagna nella semifinale dei Mondiali 2026. Una sconfitta netta, più per quanto si è visto in campo che per il risultato (0-2), figlia di un'indolenza molto simile agli sbuffi a labbra vibranti che si vedono oltralpe. La Francia credeva di bastare a se stessa, non era così. La Nazionale spagnola guidata in campo da Rodri e in panchina da Luis de la Fuente glielo ha fatto capire in novanta minuti di palleggi, movimenti, gioco di squadra spesso perfetti e quando imperfetti comunque rimediati da abnegazione e sacrificio.
L'indolenza è quanto di peggio possa accadere in un campo da gioco. Lo sa bene la Nazionale italiana che per indolenza ha potuto godere a pieno delle ferie estive dopo il patatrac di Zenica contro la Bosnia-Erzegovina. Lo sa bene la Germania tornata a casa presto al Nordamerica. Lo ha capito ieri la Nazionale francese, incapace di trovare un senso alla semifinale contro la Spagna.
Quella che era una caratteristica del calcio iberico, farsi trasportare dalla presunta bellezza del proprio gioco, si è diffusa lì dove il calcio un tempo era sacrificio, abnegazione e sforzo collettivo. Michael Platini disse che il primo Europeo vinto dalla Francia, la sua Francia, era stato determinato sì dal talento eccelso suo, di Jean Tigana, Alain Giresse e Bruno Bellone, ma soprattutto dalla capacità di volersi bene e detestarsi ma sempre con chiaro in testa che ognuno era nulla senza gli altri e che tutti erano meno forti senza di lui, Michael Platini. Per sei partite questo concetto è stato applicato in modo perfetto dalla Francia di Didier Deschamps. Non è stato seguito contro la Spagna, squadra che invece si è dimostrata capace di muoversi come un unico corpo.
Un corpo unico guidato in maniera occulta da Rodri, uno dei pochi giocatori al mondo capaci di essere imprescindibile senza apparire, senza dribblare, senza esibirsi in giochetti pallonari strappa applausi. Rodri a questi Mondiali non ha segnato un gol, non ha fornito un assist, non ne ha avuto bisogno. Quello che ha fatto è essere perfetto in tutto quello che ha fatto anche se spesso quello che ha fatto, e che fa, non viene visto. Se Michael Olise e Ousmane Dembélé sono state due assenze nel pomeriggio texano ogni volta che calcavano le zone centrali del campo, il merito è stato di Rodri e di come il calciatore spagnolo ha guidato i compagni.
In un calcio fatto a misura di skill e thread, c'è ancora qualche resistenza che riporta questa disciplina a una dimensione sportiva e non solo ludica. Una forma di reazione all'andazzo generale capace di rimettere a posto le cose e dare una speranza a chi dell'esposizione mediatica se ne frega e a chi non interessa nulla di diventare influencer di qualcosa.
La Spagna giocherà la finale di questi Mondiali, dopo aver reso il 14 luglio una festa assai mesta ai francesi. Nel pomeriggio europeo, ci aveva pensato Tadej Pogačar a renderla indigesta ai transalpini dominando a modo suo la decima tappa del Tour de France.
