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Tour de France, la memoria di Tadej Pogacar
Il campione sloveno ha vinto a Le Lioran al termine di sedici chilometri pedalati da solo. Non è bastata la testardaggine a Richard Carapaz, scattato a trentotto chilometri dall'arrivo. Testardaggine che è servita a Remco Evenepoel per non affondare e, anzi, guadagnare secondi sui rivali

Tadej Pogacar ha vinto la 10a tappa del Tour de France 2026 (foto di Mosa'ab Elshamy per Ap, via LaPresse)
La memoria ci serve per facilitare il ragionamento, per migliorare l’efficienza del cervello ed essendo quello umano complesso e pieno di cose da fare, la nostra memoria è più lunga di quella di tanti animali.
La memoria nel ciclismo ha spesso a che fare con la storia, più spesso con la nostalgia. Se la prima è utile a dar seguito alla meraviglia, la seconda spesso fa rima con fregatura e ci pone nella disagevole condizione di preferire ciò che è stato a quel che c’è. Quel che c’è però è talmente robante che non trova tanti appigli in quel che è stato. Ed è una fortuna. A patto di non rimanere invischiato in ricordi delittuosi e tristanzuoli che spesso conducono al complotto invece che alla lietezza.
Di corridori capaci di quello di fare quello che sta facendo Tadej Pogačar ce ne sono stati pochi. Non guarda però al passato il campione sloveno, non è affar suo. Affar suo è il presente e il futuro e ciò che al momento gli viene assai naturale: essere il primo e da solo. Per quanto sarà così non è lecito saperlo, nulla è più equo e democratico degli anni che si sommano, per questo il campione del mondo prende a man bassa tutto quello che gli passa a portata di mano e tutto il resto se lo va a prendere. Soprattutto ciò che gli risulta familiare.
Tadej Pogačar aveva in testa un giorno agrodolce, quel pomeriggio verso Le Lioran al Tour de France del 2024 nel quale era scattato verso una semplice vittoria e invece aveva incontrato per strada qualche sofferenza di troppo e un finale amaro da digerire: Jonas Vingegaard che lo superava negli ultimi metri. Una sciocchezza. Quella Grande Boucle la vinse.
Una sciocchezza però sa essere più fastidiosa di un fatto grave. Quella sciocchezza andava lavata via. Tadej Pogačar ce l’ha fatta con uno scatto prepotente e sedici chilometri solitari, quindici dei quali davanti a tutti.
Tadej Pogačar porta con sé la bellezza del pedalare, una bellezza assoluta che si conta cronometricamente in minuti, spesso in decine di minuti. Una bellezza tracotante, che basta a se stessa e non ha nemmeno il bisogno di un contesto, di una motivazione. Questo Tour de France era già suo, lo aveva dimostrato chiaramente il giorno del Col du Tourmalet, non serviva questa trentina abbondante di secondi raccolta tra i monti del Massiccio centrale. Li ha accumulati per sistemare i conti con la memoria, per rendere anche Le Lioran una terra pogaciata almeno una volta nella storia.
Una bellezza che è riuscita a sovrastare anche quella indomita e disperata che Richard Carapaz ha provato a donare e donarsi nonostante le sue gambe non siano quelle dei giorni migliori e più felici. Aveva provato a inseguire il coup de théâtre a trentotto chilometri dall’arrivo, in una tappa che facilmente suggeriva che non ci sarebbe stato scampo per i coraggiosi. Richard Carapaz però non difetta di coraggio e nemmeno di talento, ha tentato di ritagliarsi un posto nella memoria di questa Grande Boucle. Ci è andato vicino. Abbastanza vicino, non a sufficienza. Ci riproverà, nemmeno di testardaggine è manchevole l’ecuadoriano.
Testardaggine che abbonda nella testa e nelle gambe di Remco Evenepoel, staccatosi nella penultima salita, capace però di non mollare, rientrare e staccare tutti nello strappo finale che portava al traguardo. Ha messo in saccoccia pochi secondi, pochi secondi però che hanno un peso enorme, che sono un monito a continuare a credere nel podio.
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