La memoria corta dei campioni. Intervista a Guillaume Bianchi

GIl fiorettista numero 2 al mondo racconta la sua filosofia: dimenticare le vittorie per restare affamato, gestire le sconfitte con lucidità e trovare nel ruolo di padre la misura più vera del successo.

19 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 11:32
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Guillaume Bianchi (foto Ansa)

Vincere non è cosa da tutti, ma nemmeno sapersi godere il sapore del successo. Lo racconta il fiorettista Guillaume Bianchi, numero 2 del ranking mondiale, che ha costruito una carriera su “dimenticare” i propri successi. Pensare sempre alla prossima stoccata, cercando di gestire le sconfitte, è il nuovo mindset. Fuori dalla pedana, invece, la sua vita è cambiata da quando è padre di Enea.
È diventato papà, si parla spesso solo delle atlete. Da uomo come si gestisce?
Per le mamme è un lavoro, me ne rendo conto e ringrazio mia moglie che mi sta sostituendo quando non ci sono e non fa pesare la mia assenza. È cambiato il ritmo, la routine. Il pomeriggio provo a stare con mio figlio, il riposino non esiste più. Di notte dorme e di solito mia moglie cerca di farmi riposare perché sa quanto mi alleni. Tutta la famiglia mi sta aiutando. Ora non ho tempo libero, va bene così.
È quasi in vetta al ranking…
Sono molto soddisfatto della stagione fatta: due vittorie, due podi e la rincorsa del primo posto. Sapevo che sarebbe stato difficile scavalcare il n.1 (Ryan Choi, ndr), ma a fine anno si fanno i conti. Non deve però diventare un'ossessione: quando vinci tanto il rischio è quello di pensare solo al risultato e meno alla scherma, cosa che crea un’ansia negativa.
Negli ultimi anni c’è stata una svolta, che è scattato?
Maturità e consapevolezza, nelle annate prima del 2024 raccoglievo meno di quello che pensavo di meritare: bisognava avere pazienza. Vincere aiuta a vincere, ti dà fiducia e permette di avere continuità. Nella vita di uno sportivo bisogna saper aspettare il momento giusto, lavorando sodo.
Come vede successo e sconfitta?
Ci sto riflettendo tanto. A inizio stagione non ho quasi mai perso un assalto, mentre nelle ultime due gare non sono andato a podio e l’ho vissuta male. Serve il giusto equilibrio, non esaltarsi per le vittorie e non abbattersi per il resto. Non mi sono mai goduto il successo, ho sempre provato a pensare agli obiettivi successivi per avere la giusta fame. Si dice che i campioni abbiano la memoria corta ed è vero, ma non posso nemmeno farmi schiacciare dalle sconfitte.
Lavora con un mental coach, in cosa l’ha aiutata?
Ero bloccato: avevo paura di gareggiare, di sbagliare e mi ha dato una mano a concentrarmi sul presente in un assalto, pensando a ciò che c’è da fare, non su altro. È stato utile per la mia prima Olimpiade, affrontata come se fosse un torneo qualsiasi, solo dopo mi sono reso conto, mi sono focalizzato sul presente.
Andate verso Europei e Mondiali, aspettative?
So di partire tra i favoriti, ma devo provare ad essere il più sereno possibile facendo il mio. Vorrei la medaglia mondiale individuale, mi manca…non tutto dipende da me.
È nato il circuito della World Fencing League, che ne pensa?
Tutto quello che porta visibilità è oro. Siamo poco seguiti e serve una rivoluzione. Ben venga pure la tecnologia, può solo che aiutare. Il nostro è uno sport complesso e difficile da seguire. Mi auguro che anche la Federazione Internazionale porti novità.
Cosa l’ha conquistata della scherma?
La sfida: non devi nascere per forza talentuoso, dotato fisicamente o portato. Con un lavoro tattico o fisico si può far bene. Ero un bambino diligente, seguito da ottimi maestri e l’impegno ha dato i suoi frutti. Il talento? Non ero il più bravo, mi sono impegnato. Ho avuto vari problemi fisici che mi hanno costretto ad essere unico nel modo di tirare: a 17 anni ho rotto il polso e mi sono operato tre volte. Ho dovuto creare uno stile particolare. Nella scherma non devi essere per forza al top, tanti fattori possono portare alla vittoria.