Foto LaPresse

Il Foglio sportivo

Gli 80 anni da corsa di Arturo Merzario

Luca Delli Carri

“Voglio andare avanti fino a 100. Vi racconto quando dissi no a Ferrari”. Intervista all'ex pilota

Ci sono persone e piloti, che sono intramontabili. Il tempo sembra non scalfirli e la loro verve rimane sempre quella del tempo in cui conquistarono vittorie e fama. L’ultimo di questa razza di corridori automobilistici è Arturo Merzario, che proprio oggi compie 80 anni, essendo nato l’11 marzo 1943, a Civenna, provincia di Como. Ha vinto la Targa Florio due volte e tre Mondiali Marche ai tempi in cui era ancora una cosa seria, salvato la vita a Niki Lauda al Nürburgring, preso il via in 57 Gran premi di Formula 1 e corso come pilota ufficiale della Ferrari, anche in F1. “Ho iniziato nel 1962 e sono stato il penultimo pilota ingaggiato dal Grande Vecchio in persona e pagato dalla Ferrari per correre; l’ultimo è stato Gilles”, attacca l’Arturo, taglia da fantino e opinioni nette, sempre.

 

Tutta la vita a tagliare traguardi e desso arriva anche quello degli 80 anni.
“È l’ottava tappa di dieci… Non so se hai capito la battuta: il mio traguardo è cento anni. Ai miei tempi, i piloti sovente si alzavano morti, perché il mestiere era veramente, veramente pericoloso, e non per colpa del pilota, ma delle macchine che perdevano i pezzi. Io già allora dicevo che io sarei morto a cento anni e un giorno come la mia nonna. Mio papà è morto a 95, suo fratello a 98, sua sorella a 106… il ceppo fortunoso c’è. Anche se magari adesso mentre parlo con te mi prende l’infarto…”.

 

Con tutti gli spaventi che hai preso in macchina, difficile.

“Quelli ne ho presi tanti, è vero. Quando si chiede a un pilota automobilistico, o a uno scalatore, se ha paura, tutti rispondono no, io invece ti dico sì, sottolineato con il pennarello giallo fosforescente. Ma non per l’incidente. La paura vera è la possibilità di rimanere offeso in modo permanente. Se muori, muori. Ma se finisci in sedia a rotelle…”.
Il vostro nemico più grande però era il fuoco.

 

“Quando ti fermavi a fare rifornimento ai box, solo con i vapori della benzina a contatto con il caldo del motore rischiavi di andare in fiamme. Tutti i piloti all’epoca erano consapevoli di poter morire, ma pensavano che sarebbe capitato sempre agli altri, mai a se stessi”.

 

Tra le fiamme hai visto morire Ignazio Giunti, il primo pilota che hai cercato di salvare. Era il 1971, eravate a Buenos Aires, fu un momento drammatico.

“Direi catastrofico. Ma non è vero che la colpa è stata di Beltoise. Ignazio era troppo attaccato a Mike Parkes, non s’è neanche accorto che andava contro alla Matra”.

 

A Niki Lauda hai salvato la vita.

“E ancora non riesco a capire come ho fatto, io un ragazzino esile, a estrarre una persona di sessanta chili come se fosse un fiammifero svedese dalla scatoletta. Ma la fortuna di Niki è stata che a militare, per guadagnarmi una licenza premio di quattro giorni, avevo partecipato a un corso di primo soccorso per imparare massaggio cardiaco e respirazione bocca a bocca. Gli ho dato l’opportunità di sopravvivere quei 30 secondi in più fin quando è arrivata l’aria medica”.

   

Il segreto per andare forte in automobile?

“Conta una sola cosa: il talento. È così in tutte le attività e in tutti gli sport, dal campione al ragioniere. E il talento non è sangue. Ci sono tanti figli di grossi campioni che non hanno combinato nulla. Ma qualcuno c’è riuscito: guarda Nico Rosberg, guarda Max Verstappen:  suo papà era un somaro, lui è Leonardo da Vinci”.

 

Tra Gilles e Jacques Villeneuve chi è stato il più grande?
“Nessuno dei due. Gilles ha avuto la fortuna che correva per la Ferrari, e il Grande Vecchio pur di vedere scritto sulla Gazzetta il nome Ferrari accettava che gli sfasciasse macchine su macchine. Poi vedi, tutti parlano del limite, ma devi saper andare al limite meno un zichettin per salvaguardare la tua pelle. Gilles invece ne ha sempre abusato, fin dall’inizio, dal Fuji”.

 

Quante auto da corsa hai guidato nella tua vita?
“È più facile dire per chi non ho guidato”.

 

La più bella? Da guidare, s’intende.
“Io sono nato con le Abarth e lui, Karl, credeva in me. Ogni cosa che chiedevo me la consentiva, perché il cronometro mi dava ragione. Se lui vuole un ruoto quadrato, perché non dare?, diceva Abarth. In tre anni di permanenza mi ha fatto costruire un’auto che era come un abito su misura fatto per me. Era impossibile starmi davanti, per i miei compagni di squadra”.

 

Perché è finita con la Ferrari?
“La storia sarebbe troppo lunga da raccontare, ma sono stato io che ho detto di no a Ferrari, non il contrario. Ancora un po’ e al Grande Vecchio gli viene un infarto. Mi disse che ero il primo pilota a rifiutare un contratto con la Ferrari. Sapevo che non ci sarebbe stato futuro per me con lo staff di ingegneri che avevano mandato da Torino”.

 

Ammetti che sei diventato famoso per come guidavi, ma anche per il cappello da cow-boy.
“La prima volta che sono andato in America ho comprato due cose: quel cappello e il revolver Colt cinque colpi dei sceriffi americani. Da quel momento l’ho sempre indossato. A un certo punto il mio amico Aleardo Buzzi, della Philip Morris, che noi chiamavamo il capo del fumo, mi chiese se potavano mettere il marchio Marlboro sul cappello, oltre che sulla tuta. Lo stemma oggi sul cappello non c’è più, ma il cinturone con la fibbia Marlboro lo porto sempre”.

 

Anche se non ti pagano più?
(scoppia a ridere) “E chi te lo dice?”

 

Sei nato in una zona di contrabbandieri, al confine con la Svizzera: è vero che hai imparato a guidare perché lo eri anche tu?
“No, fortunatamente arrivo da una famiglia abbastanza agiata, mio padre aveva il 2+2 Ferrari e la mia prima auto è stata una Giulietta Spider. Ma dai contrabbandieri ho imparato a guidare. A 16 anni, con la macchina del papà, mi mettevo sulla strada del lago e quando passavano i contrabbandieri o la guardia di finanza, mi divertivo a seguirli e imparavo a guidare, hai capito?”.

 

L’avventura di costruttore in Formula 1?
“Lasciamo perdere. Sono andato avanti dieci anni a pagare i debiti. Col senno del poi, era meglio che non avessi pagato nessuno, tanto alla gente è rimasto in testa che non ho onorato le scadenze alla data, anche se alla fine ho pagato il debito tre volte. È questo che mi ha fatto più male”.

   

Il ricordo più bello di 60 anni di corse?
“È quando convinsi Abarth a farmi correre il Gran premio del Mugello da solo, il 21 luglio 1969. Come tagliavo il traguardo vittorioso, avendo battuto tutti, Porsche, Alfa, Ferrari, Tito Stagno, che era in collegamento con Ruggero Orlando, mentre Armstrong metteva il piede sulla luna disse: Anche il nostro pilota Merzario ha vinto il Gran premio del Mugello su Abarth. Bello, no?”.

Di più su questi argomenti: