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La resa di Bernal al Tour de France e il paradosso della realtà

Giovanni Battistuzzi

Il colombiano si ritira dalla Grande Boucle a causa dei problemi fisici. Era da sei anni che questa corsa per il fu Team Sky ora Ineos-Grenadiers non si trasformava in un contenitore vuoto

Era da oltre sei anni che non succedeva. Era dal 9 luglio del 2014 che per il fu Team Sky, divenuto Team Ineos, evolutosi in Team Ineos-Grenadiers, il Tour de France non si trasformava in un contenitore vuoto di senso, in uno spazio deserto, in un tempo, se non sprecato quantomeno difficile da riempire, distante dalla normale occupazione, quella della gestione della corsa, dell’amministrazione del dominio. 

 

Avevano iniziato il 7 luglio del 2012 alla Planche des Belles Filles: vittoria di Chris Froome, maglia gialla a Bradley Wiggins. Erano andati avanti l’anno successivo con il keniano, lo stesso che ancor prima di incontrare le pietre che la Roubaix aveva prestato alla Grande Boucle aveva alzato bandiera bianca.  

Il Tour de France del 2014, quello che Vincenzo Nibali riportò in Italia sedici anni dopo la tripla impresa di Marco Pantani (vincere due grandi giri in uno stesso anno e far dimenticare, in parte, lo scandalo Festina), fu solo una sfortunata parentesi, una scivolata momentanea. Perché dal luglio successivo mai ci fu una sbavatura al copione che gli uomini di Dave Brailsford avevano preparato per il pubblico francese: l’uomo più forte a capo della squadra più forte. Potevano cambiare gli attori, protagonisti e comprimari, ma la dimostrazione di potenza era sempre la stessa: soldati semplici in fila a menare il più duro possibile, avversari che uno dopo l’altro arrancavano e si staccavano, affondo del capitano che disgregava le ultime resistenze. Nulla di rivoluzionario, sia chiaro. L’Us Postal di Lance Armstrong aveva fatto lo stesso quasi alla fine degli anni Novanta, ma di Armstrong in Francia è meglio non parlare perché Armstrong in Francia è un passato che semplicemente non esiste

 

I successi di Chris Froome (per tre volte), Geraint Thomas ed Egan Bernal tra il 2015 e il 2019 hanno seguito sempre questo canovaccio. Un canovaccio talmente perfetto da sembrare infallibile. Bastavano soltanto due ingredienti: una forma fisica perfetta per garantire il gioco di squadra per correre davanti – limitando al minimo gli imprevisti – e un finalizzatore capace di fare la differenza, di essere il migliore. In questo il fu Team Sky divenuto Team Ineos, non ha avuto eguali. Sapeva come fare e lo faceva sistematicamente. 

 

 

Succede però, nell’arte come nello sport, che gli esempi vengono prima o poi seguiti, introiettati, rielaborati da qualcun altro. E nel seguire, introiettare, rielaborare va poi a finire che si riesce a metterli in pratica così bene che si sostituiscano agli originali in modo perfetto. Domenica salendo verso il Grand Colombier le maglie giallonere del Team Jumbo-Visma hanno messo in scena lo stesso canovaccio tanto caro al fu Team Sky divenuto Team Ineos: uno dietro l’altro i soldati semplici hanno menato durissimo, poi ci ha pensato il capitano, Primoz Roglic, a distanziare tutti gli avversari, ad eccezione del connazionale Tadej Pogačar.  

Paradosso ha voluto che a subire le peggiori conseguenze del metodo Us Postal divenuto metodo Brailsford sia stato proprio il fu Team Sky divenuto Team Ineos evolutosi in Team Ineos-Grenadiers. Egan Bernal staccato e distanziato alle prese con la schiena dolente, le gambe vuote e un vuoto di senso che mai aveva provato. Il colombiano è finito a sette minuti e venti secondi, lontano dai primi, con la testa colma di pensieri di resa. Hanno provato a rincuorarlo, a dire che cose del genere possono succedere a tutti. Parole che contengono una certa verità, ma che quando capitano a te si svuotano immediatamente di qualsiasi senso e logica. 

 

La crisi di Bernal sul Grand Colombier (foto LaPresse)

 

Egan Bernal oggi ha lasciato il Tour de France, ha rinunciato a provare ad arrivare a Parigi. Sapeva benissimo di non poter difendere la maglia gialla conquistata l’anno scorso, riprenderà il discorso più avanti, magari già il prossimo anno. "Ovviamente non è così che volevo che finisse il mio Tour. Ritirarmi è la decisione giusta per me date le circostanze. Ho il massimo rispetto per questa gara e non vedo l'ora di venire negli anni a venire”, le parole della resa. Ieri ad As ha poi aggiunto: “Oggi ho sofferto tutto il giorno il mal di schiena. È aumentato strada facendo. E nell’ultima salita alla schiena si è aggiunto il ginocchio. Sono incriccato in ogni parte del corpo". 

 

La realtà, con i suoi imprevisti, hanno travolto l’idea che ogni cosa può essere pianificata, che ogni grande corsa è solo la somma di una serie più o meno lunga di parametri fisici. Dave Brailsford ha per anni trasformato il ciclismo in tutto questo: uno studio perfetto del corpo umano finalizzato alla migliore resa in bicicletta.  

 

 

La pandemia ha iniziato a incrinare questo modello. Se tutto si dilata i modelli cambiano e ci vuole tempo per riscriverli, per riprogettarli. Un tempo che in un calendario compresso e caotico come quello 2020 non è bastato. La realtà si è rimpossessata del fu Team Sky divenuto Team Ineos evolutosi in Team Ineos-Grenadiers.  

 

L’imprevedibilità del reale non si è ancora impossessato del ciclismo. La speranza è che qualcosa di nuovo possa accadere oggi, tra Col de la Madeleine e Col de Loze. 

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