Rileggere le riflessioni di Gramsci su americanismo e fordismo. Un quaderno per il futuro

Non sappiamo chi, tra Cina e Stati Uniti, vincerà o perderà nella gran corsa dell’Intelligenza. Forse non è così importante. Né gli uni né gli altri si fermeranno. L’importante è partecipare. Di sicuro c’è una cosa sola: chi non partecipa perde tutto. Una lezione per la sinistra europea afona sull’AI
19 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 06:03
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Negli anni Venti e Trenta tutte le potenze facevano a gara per inseguire il modo di produzione introdotto nel 1908 da Henry Ford per l’automobile T. (Getty)

Tutto è cambiato con il boom dell’intelligenza artificiale, così come, oltre un secolo fa, tutto era cambiato con la diffusione del taylorismo e della catena di montaggio? Negli anni Venti e Trenta tutte le potenze facevano a gara per inseguire e sviluppare il modo di produzione introdotto nel 1908 da Henry Ford per l’automobile T. Non solo gli Stati Uniti, la Germania, il resto dell’Europa, ma anche il Giappone e la Russia sovietica. Non ci si chiedeva se era un bene o un male. Era un dato acquisito. A quel modello bisognava far capo se si voleva industrializzare. Pena perdersi irrimediabilmente nell’arretratezza, perdere tutto. L’AI può piacere o far paura. Come un secolo fa c’era chi si esaltava poeticamente all’idea del futuro meccanizzato. Filippo Tommaso Marinetti, il padre del futurismo, si esaltava, a dire il vero, anche all’idea della guerra, “igiene del mondo”, della conquista, dell’aggressione. Ad altri faceva orrore invece l’idea dell’operaio ridotto a ingranaggio di una grande macchina. Tempi moderni di Chaplin è del 1936. Ci risiamo, ancora una volta discussioni infinite. Non sappiamo chi, tra Cina e Stati Uniti, vincerà o perderà nella gran corsa dell’Intelligenza. Forse non è così importante. Né gli uni né gli altri si fermeranno. L’importante è partecipare. Di sicuro c’è una cosa sola: chi non partecipa perde tutto.
Non sappiamo chi, tra Cina e Stati Uniti, vincerà nella gran corsa dell’AI. Forse non è così importante. C’è solo una certezza: chi non partecipa perde tutto
Un pensatore comunista italiano, finito in carcere dopo una sconfitta epocale del movimento che dirigeva, rivolse buona parte delle sue riflessioni (sul perché di quella sconfitta, e sul che fare) a questo tema. Ne ragionava, ne scriveva, ne parlava agli altri carcerati comunisti. E’ uno dei “temi principali” del suo progetto di ricerca. La primissima nota del Quaderno 22 che intitola Americanismo e fordismo riguarda la “Quistione se l’americanismo possa costituire un’‘epoca’ storica, se cioè possa determinare uno svolgimento graduale del tipo, altrove esaminato, delle ‘rivoluzioni passive’ proprie del secolo o se invece rappresenti solo l’accumularsi molecolare di elementi destinati a produrre un’esplosione, cioè un rivolgimento di tipo francese”. Rivoluzione passiva per Gramsci è un mutamento profondo ma graduale, non violento. E’ rivoluzione nei fatti. “Si verificherebbe nel fatto di trasformare la struttura economica ‘riformisticamente’ [...] permetterebbe il passaggio a forme politiche e culturali più progredite, senza cataclismi radicali”. Mentre la Francia di fine Settecento, poi per tutto l’Ottocento (fino ai giorni nostri verrebbe da dire) di tanto in tanto esplode in modo violento. Ai francesi la rivoluzione, la ribellione, gli è rimasta nel sangue, nel Dna, si potrebbe dire.
Gramsci non ha il minimo dubbio che l’americanismo sia un mutamento epocale, quanto e più della Rivoluzione bolscevica. Nel luglio 1930 aveva proposto di organizzare nell’ora d’aria nel cortile del carcere di Turi, in cui era detenuto, un ciclo di conversazioni con altri detenuti politici di fede comunista. “Compagni – aveva detto loro Gramsci introducendo la discussione – oggi parleremo di americanismo e fordismo. Tenete a mente che dopo l’avvento dell’americanismo tutto è cambiato. Di lì dobbiamo partire se vogliamo fare non come in Russia, ma come è necessario per costruire il socialismo in Occidente”. Così in un ricordo di Ercole Piacentini, uno dei pochi comunisti incarcerati che, insieme a Giuseppe Ceresa, condivideva la proposta gramsciana di soppiantare il “totalitarismo” fascista non con la violenza, ma con una Costituente allargata a tutte le forze democratiche. L’idea di “non fare come in Russia” era in quel momento un’eresia vera e propria. In sfacciata polemica con la politica del Comintern. Non lo salvò che a sostenere fortemente l’adozione del taylorismo nella Russia sovietica fosse stato nientemeno che Lenin. Fu isolato dai compagni, tacciato di tradimento. Non proponeva certo di “fare come in America”. Messa così l’avrebbero sbeffeggiato persino nel Pci degli anni Ottanta. Evocava invece la possibilità (forse la speranza, in quel momento forse soltanto l’illusione) di una “nuova fase dell’industrialismo europeo sul modello dell’industria americana”. “Il problema è questo: se l’America, col peso implacabile della sua produzione economica (cioè indirettamente) costringerà o sta costringendo l’Europa a un rivolgimento della sua assise economico-sociale troppo antiquata, che sarebbe avvenuto lo stesso, ma con un ritmo lento e che immediatamente si presenta invece come un contraccolpo alla ‘prepotenza’ americana, se cioè si sta verificando una trasformazione della civiltà europea”.
Gramsci non proponeva certo di “fare come in America”, ma evocava la possibilità di una “nuova fase dell’industrialismo europeo”
Sì, avete letto bene: contraccolpo alla prepotenza americana. L’Europa degli anni Trenta era molto più antiamericana di quanto lo sia oggi contro l’America di Trump. Pubblicistica e letteratura di destra e di sinistra facevano a gara nei distinguo, nell’orrore per la rozzezza e decadenza morale, per la disumana “civiltà meccanizzata”, e nell’irrisione per il gigante americano. Nel romanzo incompiuto Amerika, Kafka ne scrive come di un circo, un Barnum di gente a caccia di denaro. Gramsci, che come Kafka, in America non aveva mai messo piede, non era invece antiamericano. “L’antiamericanismo è comico, prima di essere stupido”, annotò nei Quaderni. Il “contraccolpo” comunque allora ci fu. E fu micidiale. Impressiona la preveggenza analitica. Fu la guerra mondiale. A dire il vero anche Stalin (e il suo antagonista Trockij) erano sicuri che prima o poi ci sarebbe stata la guerra. L’intera politica di industrializzazione forzata di Stalin, e anche la ferocissima repressione interna erano volte a prepararsi alla guerra. Lo sapeva il Giappone. Lo poteva immaginare Mussolini, che non si preparò abbastanza, e peraltro sbagliò catastroficamente da che parte stare (a cosa non porta legarsi al collo le “affinità” ideologiche!). L’equilibrio del terrore nucleare sinora ha evitato una terza guerra mondiale. Guai a uno squilibrio in fatto di AI.
L’Europa degli anni 30 era molto più antiamericana di quanto lo sia oggi. Ma per Gramsci “l’antiamericanismo è comico, prima di essere stupido”
Tutti ora impazzano per l’AI come allora erano tutti pazzi per la catena di montaggio. Dario Amodei, il proprietario di Anthropic, l’azienda americana leader nel settore, ha scatenato un putiferio evocando addirittura il rischio di estinzione dell’umanità. “Se non rallentiamo l’attuale ritmo di progresso c’è una forte possibilità che moriremo tutti nell’immediato futuro”. Il suo dipendente Evan Hubinger ha parlato di “una probabilità superiore al 10 per cento di un simile evento catastrofico entro i prossimi dieci anni”. Bill Gates ha rincarato: “L’AI è abbastanza potente da innescare eventi capaci di provocare un miliardo di morti (una guerra decisa dalla macchine?)”. Si è allineato alla preoccupazione Sam Altman, il patron di OpenAI, che sta indagando su decine di migliaia di “incidenti” in cui i suoi modelli di intelligenza autogestita e autorigenerante (che funzionano un po’ come funzionano i virus) hanno forzato siti sinora ritenuti inviolabili. Persino Elon Musk gli ha dato ragione. Altri, come Jensen Huan, il patron di Nvidia, sono invece contro rallentamento e regolamentazione. Che qualcuno più furbo, come il patron di Meta, Mark Zuckerberg, sia preoccupato solo di approfittare delle esenzioni fiscali, con la scusa che i suoi data centers sono pura ricerca scientifica, un esperimento che potrebbe non rendergli nulla, anzi risultare in perdite, è un’eccezione che conferma la regola.
C’è chi sospetta che le vere ragioni di tanta prudenza non siano le preoccupazioni per le sorti del genere umano ma piuttosto quelle per i propri profitti. Amodei è in mezzo al guado della più colossale quotazione in Borsa di tutta la storia, un’operazione da 2000 miliardi di dollari. Ma è tutt’altro che tout va bien. C’è chi ha evocato la possibilità di un limite fisico alla crescita esponenziale delle nuove tecnologie, di una “singolarità” simile a quella che nell’universo crea i buchi neri. Le infrastrutture per l’AI promettono di divorare quantità strepitose di energia in un momento in cui l’energia è scarsa. Lo sviluppo della nuova tecnologia richiede risorse finanziarie astronomiche in un momento in cui gli Stati Uniti (e pure il resto del mondo) conoscono crescite insostenibili dell’indebitamento. Senza poter aumentare le tasse per coprirlo. Le promesse dell’AI in crescita e produttività non sembrano sufficienti a fermare la spirale. Se anche il prodotto lordo aumenta del 30 per cento, e il gettito fiscale aumenta solo del 20 per cento, si va a sbattere. Spendere e spendere senza poter incassare è, da che mondo è mondo, la strada sicura verso il fallimento, per quanto sia grande un impero. L’intelligenza artificiale in America non è popolare né a destra né a sinistra. I padroni dell’AI saranno anche più potenti ma hanno molto meno appeal dei padroni del vapore o della catena di montaggio. Il 90 per cento degli americani auspica un rallentamento, si moltiplicano le proteste contro i data center. Per chi tira le fila dell’AI, di moventi per mettere le mani avanti ce n’è a bizzeffe. Hanno un potere immenso, ma non hanno consenso. I film di Hollywood li rappresentano come i villains, i cattivi, quasi come la Spectre dei vecchi film di James Bond.
Donald Trump all’inizio ha provato a sdrammatizzare le possibilità catastrofiche: “Una bufala”. Poi l’ha messa sulla competizione con la Cina, questa sì esistenziale per gli Stati Uniti. “Abbiamo circa un anno e mezzo di vantaggio. Siamo in testa e stiamo costruendo infrastrutture colossali che valgono trilioni di dollari. Perché mai dovremmo rinunciarvi?”. Ma la Cina non si limita a procedere a rotta di collo sull’AI e sulle sue infrastrutture. E’ in testa al mondo nella robotica. Non solo i robot umanoidi che fanno tenerezza: ha installato più robot industriali di tutto il resto del mondo insieme, cinque volte più dell’Europa. Promuove, coccola, accoglie cervelli. Mentre Trump caccia gli scienziati stranieri, come Hitler cacciava quelli ebrei. Sull’AI Trump non vuole sentir parlare di rallentamento, regolamentazione, controlli. Ha cercato, come fa spesso, di risolvere il problema cambiando nome alla cosa (“stretto di Trump” anziché stretto di Hormuz, per fare un solo esempio). “Io non la chiamo Intelligenza artificiale, la chiamo Superintelligenza” ha annunciato. Non è farina del suo sacco. Il termine l’aveva coniato, nel lontano 1998, Nick Bostrom, ma per sostenere che abbiamo disperatamente bisogno di soluzioni su come controllarla. Infine Trump ha invitato, per discuterne, tutti i colossi dell’AI a cena, compreso Amodei, con il quale non è mai corso buon sangue. Fosse davvero solo una “bufala”, che bisogno ci sarebbe di discuterne?
Trump è Trump. La cosa per me assolutamente incomprensibile è che il tema non venga affrontato nella sinistra europea. Così come a sinistra si parla poco dei mutamenti, anch’essi epocali, nella situazione internazionale. Solo perché ci si dividerebbe su Ucraina e medio oriente? Ai miei tempi ai Comitati centrali del Pci si partiva immancabilmente dalla situazione internazionale. In America il rischio AI ha portato il socialista Bernie Sanders, per discuterne, allo stesso tavolo con l’esecrabile ideologo ultrà di Trump, Steve Bannon. In Francia, il populista di sinistra Mélenchon è troppo occupato a cavalcare un movimento di protesta sperando che porti ad essere lui, al secondo turno delle presidenziali, l’avversario della Le Pen. Evidentemente poco gli importa di finire inevitabilmente perdente. Da noi, Giuseppe Conte ed Elly Schlein sono troppo occupati a litigare su chi debba essere il candidato premier (quasi muoiano dalla voglia di far vincere Giorgia Meloni a dispetto della sue difficoltà). L’unico a far sentire chiara e forte la sua voce sull’argomento è stato, nel maggio di quest’anno, il Papa “americano” Leone XIV, nell’enciclica Magnifica Humanitas. Per questo si è beccato da Peter Thiel, altro super patron della tecnologia americana (nonché Pigmalione del cattolico ultrà e vice di Trump J.D. Vance), addirittura l’invettiva di essere evocatore dell’Anticristo. Da sinistra invece silenzio assordante. Il Papa non è un candidato alle primarie. Che non saranno Italia e Francia a decidere sul futuro dell’AI (e nemmeno l’Europa, ma semmai Stati Uniti e Cina) non è evidentemente una ragione sostenibile.
In America i rischi dell’AI hanno portato il socialista Bernie Sanders a discuterne allo stesso tavolo con l’ideologo di Trump, Steve Bannon
Un altro che ne ha invece parlato è stato Mario Draghi. Non per pronunciarsi pro o contro l’AI (la considera un dato di fatto, come per Gramsci lo era il fordismo). Ma per la parte di sua competenza, che sono le conseguenze economiche. Nell’intervento pronunciato alla Scuola politecnica federale di Zurigo, ha osservato che le grandi imprese tecnologiche americane dovrebbero, solo loro, solo quest’anno, investire 800 miliardi di dollari, specialmente in data center per l’AI. E che, secondo le stime del Fondo monetario internazionale, le economie avanzate dell’Europa dovrebbero spendere un addizionale 4,5 per cento del loro pil (lo stesso ordine di grandezza del fatidico 5 per cento per le spese militari ) per far fronte all’invecchiamento, alla transizione climatica (nonché all’incremento delle spese militari). “Ciò rappresenta un aumento tre volte più rapido che nei due decenni che precedettero la pandemia (Covid)”. Come finanziarlo? Siamo entrati in una nuova fase in cui nemmeno il rigore nei conti è più sufficiente, in cui “anche un governo che abbia le finanze sane non può contenere il costo dei prestiti”. Il costo del denaro si decide ormai a Washington e nei data center, imponendo uno squilibrio brutale per l’Europa. “Nessun mercato nazionale è in grado di provvedere alla scala da cui ormai dipendono le tecnologie […] Solo l’integrazione lo potrebbe consentirlo”. L’unico margine di manovra è la crescita. Se il tasso di interesse che i governi pagano sul loro debito è superiore al tasso di crescita, l’indebitamento aumenta esponenzialmente. La parola crescita ricorre ben 60 volte nel discorso.
Non ho idea di quante volte ricorrerà nei programmi elettorali che ci verranno presentati. Mi piacerebbe sentire riconoscere che senza crescita non si combina nulla, non si difendono posti di lavoro e nemmeno i diritti. Draghi è troppo compassato per dire che, senza crescita, senza passi avanti nell’integrazione e nel modo di prendere le decisioni, l’Europa è fottuta. Ma questo è il senso. Anche Draghi, come il Papa, non è candidato a premier o a primarie. Se lo fosse lo voterei. Altro paio di maniche è se tutto questo si possa fare con un’Europa politica condizionata, o addirittura dominata dalle forze sovraniste, che si chiude ferocemente agli immigrati e al mondo, il cui consenso poggia sulla difesa dei privilegi, degli interessi particolari, con la distribuzione a pioggia di risorse alle grandi e piccole clientele, ai più arrabbiati anziché ai più tartassati, a chi urla di più e ha più forza per pretendere. Non si ascoltano salariati e pensionati falcidiati dall’inflazione. Si ascolta chi affitta ai turisti le seconde (o terze, quarte, ennesime) case. Si tratta di un problema che Gramsci sollevava già negli anni Trenta nei Quaderni. “L’’Europa vorrebbe avere la botte piena e la moglie ubriaca, tutti i benefici che il fordismo produce nel potere di concorrenza, pur mantenendo il suo esercito di parassiti che divorano masse ingenti di plusvalore, aggravano i costi iniziali e deprimono il potere di concorrenza sul mercato internazionale”. Il linguaggio è datato ai suoi tempi. La sostanza resta.
Il vecchio Gramsci può fornirci intuizioni. Le sue riflessioni sulla grande sconfitta sono frammentarie, disorganiche, piene di ripensamenti. Anche sull’americanismo va per tentativi, spesso si corregge. Era costretto ad arrangiarsi con quel poco che gli veniva consentito di leggere in carcere. Poteva tenere in cella solo due libri per volta. Scriveva con penna e calamaio. Non aveva accesso a internet, tantomeno all’AI. Non era affatto un fan delle nuove tecnologie, nemmeno del taylorismo e del fordismo. Ne intuiva i pericoli. Tra le sue lettere, c’è quella, toccante, scritta nel gennaio 1929 alla moglie Giulia a Mosca. “Tu devi informarmi su come Delio [il figlioletto] interpreta il Meccano. Questo mi interessa molto, perché non ho mai saputo decidere se il Meccano, togliendo al bambino il suo proprio spirito inventivo, sia il giocattolo moderno che più si può raccomandare [… ] In generale io penso che la cultura moderna (tipo americano), della quale il Meccano è l’espressione, renda l’uomo un po’ secco, macchinale, burocratico, e crei una mentalità astratta”. Ma già nel luglio, in un’altra lettera a Giulia, si ricrede: “La radio, l’aeroplano hanno distrutto per sempre il Robinsonismo, che è stato il modo di fantasticare di tante generazioni. L’invenzione stessa del Meccano indica come il bambino si intellettualizzi rapidamente. Il suo eroe non può essere Robinson, ma il poliziotto o il ladro scienziato, almeno nell’Occidente”. Sempre, prima di tutto, la realtà qual è, non quale ci piacerebbe fosse.