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Nella ristorazione non c’è nulla di più colonialista della Guida Michelin

I cuochi chiamati chef, le stelle chiamate macaron: la guida rappresenta la Francia e il suo modello di ristorazione. Puro classismo ricoperto dalla salsa del virtuismo
9 NOV 22
Ultimo aggiornamento: 18:06
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Abraham van Beyeren, &quot;Banquet Still Life&quot; (Wikipedia)&nbsp;<br />

C’è il ministero della Sovranità alimentare e c’è la guida della sottomissione alimentare: la Guida Michelin. Che rappresenta la Francia, l’industria francese, la lingua francese (i cuochi chiamati chef, le stelle chiamate macaron), il modello di ristorazione francese, il modello di enologia francese (e dunque, coerentemente, l’hanno presentata in Franciacorta)… Oltre che alla Francia, la Michelin è la guida della sottomissione di ristoratori e clienti alle meno gustose e più oppressive ideologie di importazione: l’ambientalismo innanzitutto. Conferendo “stelle verdi” a chi recita meglio la filastrocca della sostenibilità. Poi c’è il caso dell’Osteria del Viandante di Rubiera (Reggio Emilia) che viene premiata per non meglio specificate “politiche inclusive” e questo è puro Orwell, neolingua che ribalta la realtà: un ristorante con piatti che costano anche 80 euri l’uno è inclusivo verso chi? Di sicuro non verso chi guadagna 800 euri al mese (e nemmeno 1.600, direi). Nella ristorazione non c’è nulla di più colonialista della Guida Michelin, e nulla di più indigeribile del classismo ricoperto dalla salsa del virtuismo.