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L'inaugurazione delle Olimpiadi e l'eredità di Michela Murgia

Voglio ricordarla come la scrittrice che ha tentato di portare il cattolicesimo italiano nella fase che Valerio Aprea, in un’indimenticabile tirata di “Boris”, chiamava la locura. E lo considero uno dei suoi meriti, non certo una delle sue mancanze
10 AGO 24
Ultimo aggiornamento: 04:00
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Michela Murgia nel murales di Laika a Roma (LaPresse)&nbsp;<br />

Un anno fa, quando morì Michela Murgia, commisi l’inescusabile imprudenza di infilarmi in una di quelle nervose polemiche agostane che sono, come si sa, inutili spargimenti di sangue e d’inchiostro. Si discuteva se si potesse chiamarla “intellettuale” – non nel senso descrittivo, contrapposto a manovale, ma con un accento celebrativo (come nell’“abbiamo perso un poeta” dell’orazione funebre di Moravia per Pasolini). E io, che in tutta onestà non riuscivo ad associare al nome di Murgia un’idea forte e caratterizzante, pensai che la definizione data dalla stampa estera – “scrittrice e attivista” – fosse in fin dei conti la più corretta.
Oggi mi taglierei le mani prima di cacciarmi in un dibattito del genere, che prevedibilmente prese subito una piega spiacevole e incarognita. Ma se ne riparlo oggi, al di là della coincidenza dell’anniversario, è perché tutto l’affare mi è tornato in mente proprio qualche giorno fa, all’inaugurazione delle Olimpiadi, davanti al Cristo-Dioniso della famigerata “Ultima cena” queer e sincretistica. Ecco, mi sono detto, forse a Michela Murgia quel tableau vivant sarebbe piaciuto; e non in chiave blasfema, ma al contrario per accoglierlo nelle ampie maglie dell’ortodossia. Se davvero è lecito ricordarla come ci pare (un’autorizzazione che certi custodi della sua memoria tendono a volte a dimenticarsi), io voglio ricordarla così: come la scrittrice che ha tentato di portare il cattolicesimo italiano nella fase che Valerio Aprea, in un’indimenticabile tirata di “Boris”, chiamava la locura, ossia la tradizione unita a “una strana, colorata, luccicante frociaggine” (e ancora Bergoglio non aveva aperto bocca).
Non so se possa definirsi un contributo originalissimo – aspirazioni del genere si agitavano già sessant’anni fa nel “dissenso” postconciliare – ma qualcosa di unico e distintivo senz’altro c’è: una rilettura tutta mediterranea del queer, che nella sua vita e nella sua morte pubblica (un congedo che resta per me, lo dico senz’ombra di ironia, la sua opera d’arte più memorabile) era cosa ben più palpitante della scolastica frigida e grottesca elaborata nei campus americani, e ricordava semmai la prima stagione, quella freudo-marxista ed esistenziale degli anni Sessanta e Settanta, che ebbe in Italia per campione – così diverso da lei – Mario Mieli. Dubito che i chierichetti della queer theory d’Oltreoceano darebbero la loro benedizione a questa eresia locale soffusa di dionisismo cristiano; ma lo considero uno dei meriti di Michela Murgia, non certo una delle sue mancanze.