Le basi del "terrorismo intellettuale"

I discorsi intimidatori sono operazioni di fascinazione e di magia nera, legature che paralizzano chi abbia l’imprudenza di accettare lo stregone come interlocutore e s’illuda di poter dibattere con lui. Quando servirebbe, piuttosto, un contro-incantesimo

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16 MAY 26
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Foto Olycom

Soffro di claustrofobia intellettuale. Non ne faccio un motivo di vanto, perché è prima di tutto una reazione fisica, viscerale: appena sento che in una conversazione mi manca l’aria, che le mosse retoriche dell’interlocutore sono studiate per ricacciarmi in un angolo e impedirmi ogni movimento, mi divincolo d’istinto e cerco l’aria aperta. In altre parole, rifuggo il cosiddetto terrorismo intellettuale, con le sue tagliole ricattatorie e i suoi dilemmi pretestuosi usati come strumenti di tortura. Il più noto lo conosciamo tutti: è il famigerato “chi tace è complice”. Avevo l’abitudine di rispondere con le parole di Francesco Nuti in Madonna che silenzio c’è stasera – “No, chi tace sta zitto” – finché non ho incontrato un piccolo manuale di autodifesa, scritto molto prima che i social network trasformassero qualunque conversazione in un campo minato di ricatti morali e facessero del terrorismo intellettuale il metodo universale del dibattito.
Lo ha scritto il filosofo Raymond Ruyer alla fine degli anni Settanta e s’intitola Le sceptique résolu (Robert Laffont, 1979). Dice Ruyer che “terrorismo intellettuale” è una formula troppo forte, e propone di sostituirla con “discorsi intimidatori”. Trascrivo un passo dalle prime righe della prefazione: “Come quegli animali che si gonfiano per spaventare, come quelle farfalle che all’improvviso, voltandosi, mostrano occhi da gufo agli uccelli che le attaccano, gli ‘intimidatori’ assumono aspetti terrificanti e si travestono da Giudici e Inquisitori”. È più di una metafora felice: è la base per un’accurata descrizione etologica ed etnologica insieme. I discorsi intimidatori sono operazioni di fascinazione e di magia nera, legature che paralizzano chi abbia l’imprudenza di accettare lo stregone come interlocutore e s’illuda di poter dibattere con lui. Quando servirebbe, piuttosto, un contro-incantesimo. La formula di Nuti funziona sempre; molte altre le troverete nel libro di scongiuri di Ruyer.