Calenda: "Non vado a destra perché sono pippe!"

Il leader di Azione spiega perché non andrà mai con la destra: "Ho illustrato delle slide a Meloni, ma lì sono tutti incapaci"

22 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 10:04
Immagine di Calenda: "Non vado a destra perché sono pippe!"
“Sono delle pippe!”, divampa Carlo Calenda. “Con questa destra non posso andare perché… semplicemente… sono degli incapaci”. Ed ecco. Poco importa, a questo punto, se a destra sia tutto un civettare. Poco anzi niente importa che Francesco Paolo Sisto, il viceministro di Forza Italia, abbia detto ieri: “In maggioranza preferisco Azione a Vannacci” o che Gian Marco Centinaio, della Lega, dica ancora: “Con Calenda dialogherei”. Loro lo cercano, lo lisciano, lo avvicinano...
Da Forza Italia alla Lega lo accarezzano come possono e però lui tutte le “pippe”, o più morigerate carezze, proprio non vuole ricambiare. Ed ecco allora come il pissi pissi dei “Fratelli in Azione” si sia disperso, di colpo, un mercoledì sera. Dopo l’incontro di due ore con Giorgia Meloni (due ore di slide a Palazzo Chigi: ci torniamo), Carlo Calenda è venuto al Bar Tartarughe, in Piazza Mattei, tra il Ghetto e Rione Sant’Angelo. Con pochi amici, il capo centrista ha presentato qui il suo libro Difendere la libertà (Piemme). Ha parlato di Ucraina, Russia, Cina. Ha sorvolato, come sa, sulle cose alte, con parole alte: le parole sue. Sinché, a microfoni spenti, ha poi toccato terra. “Sono ostinatamente al centro – ci ha detto – quale che sia la legge elettorale”. Schlein? “Non è capace”. Conte? “Ma per favore”. Mai? “Sono un liberale”. Liberale ma niente virata a destra, giusto? “Ma che destra! I liberali non stanno dove sta questa destra, perché a destra – rieccolo – ci stanno degli incapaci”. I calendiani in Barbour –  fa caldo, ostinatissimi pure loro – gli domandano però di Forza Italia. Gli chiedono di Marina e della “gamba sinistra di coalizione” (snobismo liberale). Il senatore risponde: “Forza Italia? E’ stata una cosa romantica, avventurosa, una cosa bella. Poi vabbè, Berlusconi è morto e loro non hanno fatto una liberalizzazione manco morta. E comunque, che posso dire? Anche lui è morto. Amen”. Niente Marina, quindi. “No”. Gli si chiede allora di Giorgia. Il senatore – a quanto pare – non la considera un’incapace. Ma com’è andata a Chigi? “Con la Meloni abbiamo parlato per ore – dice – ma alla fine io me ne sto per i cavoli miei”. Ma perché? “Me ne vado da solo perché questa destra è l’espressione più neo statalista che si sia mai vista nella storia dell’universo”. E sull’enfasi fanciullesca, il capo di Azione chiude: “Ora basta”.
C’è chi gli dà del fanciullo, appunto, chi dell’idealista. Lui: “Idealista, pragmatista… Chiamateme come ve pare. Vado da solo e basta”. Stop. E dunque il filo sembra spezzarsi così. Dopo tanto flirtare, il più conteso (e contendibile) del Parlamento sceglie di chiudere la porta. E di restare in casa sua. Al centro. “Maledetto centro”, s’ironizza in Piazza Mattei.
E pensare che solo pochi giorni fa aveva varcato le porte (“sempre aperte”) di Chigi. Ci era arrivato con una risma di slide. Quattro punti, illustrati a Meloni, che sintetizzavano “la posizione di Azione sui provvedimenti del governo”. 1. Indire gare per la distribuzione dell’energia elettrica. 2. Regolare i profitti di Enel e Terna. 3. Rinnovare le concessioni idroelettriche e geotermiche. 4. Rifinanziare il fondo di transizione 5.0. Una lezione di economia alla prima della classe che però, per Carlo, non brilla tanto da riscattare anche gli altri. Non i Fratelli che lo chiamano, non i leghisti che lo corteggiano, non i forzisti che lo preferiscono a Vannacci ma che lui – Calenda – illude e poi condanna a quel vizio solitario. D’altra parte, si sa, sono tutte pippe.